Antonio Meneghini - R.N. Roma

Premessa

Quando si cominciò a mettere assieme questo libro Antonio non era più tra noi; ma, come è accaduto per altri, Egli aveva già provveduto a fissare sulla carta il ricordo di quel suo primo imbarco ,sulla Roma e soprattutto di quel tragico giorno, 9 settembre 1943, durante il quale riuscì a sfuggire alla morte, che già l'aveva puntato con una scheggia impazzita. La Signora Eleonora ci ha fornito il ritaglio di giornale (purtroppo non ne conosciamo nè la testata nè la data di pubblicazione) che riporta l'articolo "Così finì la Roma" a firma di Antonio. Ma di Lui ci parlano anche Arturo Catalano Gonzaga, ed Agostino Incisa della Rocchetta nei loro libri (vedi Bibliografia) e gli altri Squali (Casini, Vacca Torelli, Rossi) nelle loro schede.

Da questi documenti è stato possibile trarre anche la scheda di Antonio che si propone come una nobile testimonianza di quella " umana solidarietà, dedizione al dovere e stoica sopportazione del dolore " che la motivazione della Medaglia mette giustamente in evidenza.

 

Antonio imbarcò sulla Roma il 15 aprile 1943 alla Spezia e su di essa prestò giuramento il 22 agosto, di fronte al Comandante C. V Adone Del Cima, assieme al folto gruppo di Squali che erano a bordo della bella nave. Egli apre I' articolo "Così finì la Roma", definendo la sua nave: " Patente e velocissima, meravigliosa per armonia di forme " e poi continua:

"Il mattino dell'otto settembre 1943, i Guardiamarina tornando a bordo da una delle solite esercitazioni notturne, appresero che la nave era pronta a muovere all'ordine.

Si sapeva che gli Alleati stavano sbarcando a Salerno e non vi era dubbio che si andasse finalmente "a bollire nel calderone".

L 'Aspirante di guardia in cifra aveva la sensazione che i messaggi che decifrava fossero immaginari racconti di sogni. Gli avvistamenti parlavano di centinaia di navi migliaia di aerei che sembrava spuntassero ovunque all'improvviso dal mare e dal cielo.

Ogni uomo a bordo aveva I 'aspetto di colui  il quale, essendo da immemore e tormentoso tempo votato a morire, conosce alla fine la data del suo trapasso.

Una calma opaca, grave e silenziosa incombeva su tutti, dal serpante ali' Ammiraglio.

Tutti scrissero a casa l'ultimo messaggio e tutti scrissero le stesse bugie: "Tutto bene, "siate tranquilli, verremo presto in licenza ".

Solo i Guardiamarina, sentimentali e pazzi come tutti i guardiamarina del mondo, si riunirono nel loro quadratino per cantare l'inno del Corso e bere assieme l'ultima bottiglia.

Il Comandante in seconda Cableri, li aiutò come potè nella loro fiducia distribuendo giorni di arresti, a decine, senza economia, per persuaderli, poveri ragazzi, che avrebbero ben dovuto continuare a vivere per scontare - come il Regolamento prescrive - quella furia di punizioni piovuta sulle loro spalle.

La prima mensa della sera, fu alle diciotto. Segno evidente che subito dopo il tramonto le navi avrebbero preso il mare incontro alloro tragico destino. I marinai mangiarono un ottimo rancio. Ma, nei locali, sembrava all'Ufficiale di guardia che sedessero centinaia di muti.

Anche in quadrato ufficiali si mangiava tacendo. Dai portelloni aperti si vedevano le alture intorno rischiarate da un sole fragrante e si pensava che doveva essere bello poter stendersi ancora una volta .su uno di quei prati e sentirsi sotto, con la mano, la sicurezza secca e profonda di una buona terra.

Arrivò improvviso la la notizia dell'armistizio. Sussurrata da qualcuno, fu subito sulla bocca di tutti. Per un breve tratto fu come se un turbine travolgesse l'animo di ognuno.

Poche ,furono le grida di giubilo e molti volti erano rigati di lacrime.

Dalla costa la Milizia contraerea sparava traccianti in segno di giubilo e sottobordo passarono barche di operai festanti.

Sulla Roma il Comandante Del Cima disse, attraverso la rete ordini collettivi, poche parole............ Non vi furono commenti; forse ogni uomo era convinto di vivere un sogno, un brutto sogno, che la realtà del mattino avrebbe dissipato.

Quella sera, a bordo della Roma, pronta a muovere nella notte, ci fu cinema a poppa.

Credo che nessuno capisse cosa volessero quelle ombre che si agitavano sulla tela bianca, ma lo spettacolo ci fu ugualmente, perche sul foglio di servizio giornaliero era scritto: "ore venti, guardia franca, proiezione cinematografica".

Alle primissime ore del giorno nove, la Squadra al completo era già scivolata silenziosa ed oscura fuori dalle ostruzioni e navigava a ponente della Corsica, diretta alla Maddalena. La "navigazione in guerra " procedeva regolarmente, con tutti gli uomini alloro posto. Gli incrociatori, usciti da Genova,raggiunsero le navi da battaglia che procedevano in linea di fila, e si posero ai loro lati su due colonne. A mattino inoltrato, un ricognitore inglese cominciò a ronzare bassissimo, attorno alla formazione. Sembrava, profilato all'orizzonte, un'enorme ciabatta stregata.

Si sentiva sicuro, tanto sicuro che, petulante, venne vicino, più di vicino di quanto lo consentisse la buona educazione e l'osservanza delle norme. Una salva dei 90 mm dell'Italia lo convinse a maggior discrezione.

Verso le quindici, già prossimi alla Maddalena, l'ammiraglio Bergamini ,fu informato che quel porto era stato occupato dai tedeschi.

La decisione fu subitanea e rapida, furono alzate a riva le bandiere da segnali: le navi della lunga linea di fila passarono ad un tempo alla linea di fronte con manovra brillante, ordinata e precisa, come durante una esercitazione. Rimarrà sempre negli occhi di coloro che lo videro, lo spettacolo di quel fronte imponente di grosse navi che correvano parallele, sollevando alti baffoni di spuma e dando un 'ultima visione di forza e di destrezza. Ad una seconda alzata di bandiere, le navi fecero un' altra acco stata ad un tempo che le portarono a navigare  su rotta opposta alla prima.

Improvviso, un avvistamento: "Aereo ore una, ore due, sito cinquanta ". La colonnina girò rapida e nell'oculare del binocolo, l'apparecchio pesante comparve come una grossa mosca noiosa ".

Riprendiamo da "L'ultima missione della corazzata Roma" (Bibliografia n. 15 pag. 64) una parte della deposizione di Antonio, addetto alle SDT mitragliere:

" Vidi i primi aerei a circa 30° di rilevamento sulla dritta, ad una quota di m.5 000, con rotta WNW. Prima che battesse l'allarme aereo vidi cadere la bomba di poppa all'Italia, che navigava di prora alla Roma che la rilevava per 40° (a dritta)........ All'allarme erano presenti il S.T.V. Milani, il S.T.V. Codognola, i G.M. Guidotti, Tropea, De Crescenzio, Bernardi e Scotto, più il G.M. Brozzu, che però andò al suo posto di combattimento in plancia ". In un primo momento era stato dato ordine al personale delle SDT delle mitragliere di andare a ridosso nel torrione, sotto la plancia comando, poi il Comandante Giugni, i° DT; prima di entrare in plancia, gridò di far restare il personale al posto ed io mi recai in plancia segnali, a poppa via del torrione e feci tornare indietro il personale. Non era stato dato ordine alle mitragliere di far fuoco, perche gli aerei, che volavano in gruppi di 4 o 5 alla volta, erano troppo alti ".

Ritorniamo all' articolo:

"La fumata che lanciò, sembrò ad un primo momento uno dei segnali dl riconoscimento, previsti dal codice aero-navale.

Fu que-stione di secondi, e solo quando una bomba enorme, che pareva animata da un fuoco demoniaco, si sprofondò urlando a pochi metri dalla poppa dell'Italia; ognuno finì di rendersi conto di essere sotto il tiro di una formazione aerea che usava un'arma mai prima d'ora adoperata.

La reazione fu immediata. La nave divampava da tutti i pezzi; anche le mitragliere il cui tiro non poteva essere diretto con sicura efficacia, data l' alta quota degli attaccanti, sparavano rabbiose e senza tregua. Gli aerei tedeschi attaccavano isolati e da diverse direzioni. Miravano accurati e lanciavano i loro razzi enormi che scendevano, fulminei e quasi verticali, con la loro lugubre scia nera.

Il primo colpo raggiunse la nave al centro sulla dritta, devastò un paio di locali e scese nelle macchine ".

Dalla deposizione:

".....alla prima bomba che colpì la Roma il gabbione del radiotelemetro andò ad infilarsi nella canna di uno dei primi complessi da 90 di sinistra. Mi resi conto poi che le mitragliere, di cui dovevo dirigere il tiro, in conseguenza dello scoppio, non davano più segno di ricevere ordini nè per cuffia nè per clacson. Qualche mitragliera aperse il tiro a punteria diretta, particolarmente preciso mi parve quello delle mitra­gliere da 37 mm. della torre n.2 grosso calibro ".

Antonio continua:

"Chi non l' ha provato, non può immaginare la sensazione di chi si trova su una nave quando questa viene colpita;.forse può rendersene conto colui che, in battaglia, ha avuto il cavallo ferito sotto di sè. Essa si contorce, si divincola al colpo; si può anche non crederci, ma urla di dolore, poi stringe i denti e si rigetta avanti, facendo appello ad ogni sua forza, ad ogni sua parte ancora sana. Per un miracolo del personale di macchina, la Roma continuò la sua navigazione.

Poi un altra fumata, un enorme dito rabbioso e nero, si sfilò dal cielo a cercarci. Scese, adunco e rapido, maligno ed intelligente, e colpì la nave, scoppiando in un deposito munizioni.

Un dolore acuto ai timpani e parve a tutti di sprofondare in sentina, e dalla sentina in un mare di fiamme, e da questo in un inferno ancor più caldo, dove lo zolfo ardente entrava nei polmoni afferrandoli e dilaniandoli.

Quando i pochi uomini, che lo poterono, si riebbero, la nave bruciava nel torrione corazzato incandescente, le riservette saltavano ed il vapore surriscaldato usciva a festa dai turboventilatori.

Le mani, cercando a tentoni la strada sulle paratie roventi, avvertivano il frizzare della pelle che bruciava, senza provare dolore alcuno. Spirando il vento da scirocco, l'unico posto praticabile era la poppa, dove si riunirono quanti poterono raggiungerla e furono trasportati quanti poterono essere trasportati ".

In quell' inferno Antonio si aggira stordito quando lo vede Ruri (Arturo Catalano Gonzaga) che così descri­ve il drammatico incontro:

" Uno... venne verso di me, aveva il volto straziato dal fuoco e gli occhi immersi in uno strato di sangue. Chiedeva aiuto con una voce vagamente  familiare. Lo riconobbi: era il guardiamarina Meneghini. Una scheggia lo aveva quasi scotennato. Vidi la nuca in parte privata dalla cute, che gli pendeva appesa ad una sottile striscia di pelle, ed una parte della scatola cranica messa a nudo sporca di rosso coagulo. Provai a detergergli con il mio fazzoletto il sangue che gli copriva gli occhi rincuorandolo e ripetendogli <buttati! buttati!> ".

Antonio sarebbe sceso in mare, ma non prima di aver soccorso Michele Scotto che - egli riferisce ".... trovai a poppa via della torre n.4 m.c., .svenuto e gravemente ustionato. Lo portai in coperta dove, fattolo rinvenire, gli tolsi le scarpe e alcuni indumenti: gli gonfiai quindi il salvagente. Quando l' acqua sorpassò il trincarino, lo feci scendere in mare ed io pure lo seguii, senza peraltro riuscire a raggiungerlo, causa il molto sangue perduto e la mia poca abilità nel nuoto. Lo ritrovai .Sulla motolancia del Mitragliere quando il Sig. Costa si gettò a mare per recuperarmi".

La Roma è ormai un relitto pieno di cadaveri:

" Un' enorme .fessura tagliava la nave in due, proprio al centro, come se una scure gigantesca l'avesse colpita.

Le vedette sedevano arse nelle loro cupolette mobili. In plancia segnali i segnalatori ardevano vivi, tragiche torce umane. La nave sbandava rapida ed in pochi minuti tutti coloro che poterono farlo si gettarono o furono gettati a mare: La Roma era sola............... In pochi minuti si capovolse e si spezzò ed i due tronconi si drizzarono enormi contro il cielo prima di affondare, rapidi e silenziosi, come succchiati da una sconosciuta potenza degli abissi, rinchiudendo in sè i corpi di circa milleseicento uomini, tra i migliori che avessero offerto il loro braccio alla Patria. Sul mare intorno, i pochi superstiti giravano .Sul dorso i loro corpi straziati per veder finire la nave, e quando l'ultima lamiera scomparve rapida, si alzò simultaneo, spontaneo, con una semplicità gloriosa e tragica il grido con il quale, allora, si usava andare al fuoco: <Viva l'Italia, Viva il Re> ".

A bordo del Mitragliere che lo aveva raccolto, Antonio ebbe le prime cure dal dottor Sala che ricucì la larga ferita della testa poi, quando la nave giunse a Minorca il mattino del 10 settembre, fu sbarcato con gli altri feriti all'Ospedale Militare. Egli rimase internato in Spagna fino al 10 luglio 1944 quando potè rimpatriare a Taranto con l'incrociatore Duca degli Abruzzi.

Il 22 luglio 1944 con l' imbarco su]]a torpediniera Aretusa, Antonio riprendeva servizio sulle navi che avrebbe continuato fino al febbraio 1947 quando lasciò la Marina.

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