Febo

di Italo Pizzo

A dare il colpo di grazia fu la quarta bomba. Colpì la torre di tiro 2 e aprì un enorme squarcio nella nave.
Noi della sala macchine 261, sigillati nello scafo da un portello incandescente che si apriva dall’esterno, fummo travolti in mare.
Erano le ore 15.55 del 9 settembre 1943, presso le Bocche di Bonifacio.
L’istinto mi spingeva ad allontanarmi da quell’inferno ove monti d’acciaio affondavano in uno spaventoso tumulto, ove ogni cosa mi rovinava contro e galleggiava e spariva.
I sensi erano ottusi dal dolore lancinante che veniva dai muscoli martoriati, da tutto il corpo.
Non sentivo ancora il freddo, non avevo pensieri, la mente respingeva l’orrore e la paura.
Più tardi avrei pensato ai miei compagni, al Comandante Adone Del Cima che, insieme con l’ Ammiraglio Bergamini, aveva trovato la morte al posto di comando, nel suo torrione fuso dal calore dell’esplosione.
Ora l’immagine che mi occupava la mente – forse a difesa dalle sofferenze del naufrago che cercava di sopravvivere- era quella di Febo, il bastardino mascotte dalla coda all’insù: avevo davvero visto quel batuffolo bianco, macchiato di nero, grigio un occhio, annaspare nei vortici non lontano da me?
Non provavo vergogna a preoccuparmi di un cane, mi permetteva di non essere sopraffatto dalla tragedia di cui ero piccola, disperata parte.
Ora sentivo anche il freddo, non m’illudevo nel sentire affievolirsi il dolore: l’ipotermia mi dava una breve tregua, ma solo prima di finirmi.
Forse piangevo, come saperlo in quel mare di lacrime e sangue?
Fu il cacciatorpediniere Mitragliere  a salvarmi.
Uno dei tanti fari che cercavano ancora superstiti nella notte incipiente finalmente mi aveva scorto.
Insieme con il Fuciliere, il Carabiniere e con l’incrociatore AttilioRegolo avevano tratti in salvo tutti i superstiti ed ora li portavano verso il porto di Mahon, nelle Isole Baleari: ancora 60 sarebbero morti per le ferite e per la permanenza in mare in quelle condizioni.
I soccorritori del Mitragliere avevano salvato anche Febo.
Fu a Mahon che lo rividi. Con il suo cedere allegro, al trotto sulle esili zampe, mi corse incontro per avere una carezza.
Quando venne l’ordine di trasferire il nostro gruppo in continente, a Caldas de Malavella, la bestiola ci seguì all’imbarco, poi sulla tradotta verso il campo di accoglienza in Catalogna.
Non si allontanava mai ed era pronto ad accorrere al richiamo di ognuno di noi, marinai della Corazzata Roma.
Sapeva distinguerci da ogni altro, eravamo la sua famiglia.
E per noi quel buffo, piccolo cane era un simbolo del sentimento che sempre ci avrebbe legato alla nostra bella nave, la più potente della flotta italiana, e ai nostri compagni che su di essa avevano dato la vita.
Era inverno quando giunse infine la notizia: l’incrociatore Montecuccoli ci attendeva a Gibilterra per riportarci a casa.
Con una tradotta dovevamo attraversare tutta la Spagna: Barcellona, Saragoza, Madrid, poi giù per Alcazar di Toledo e per Alchesiras.
Il viaggio fu interminabile, infinite le tappe.
Ogni volta che il treno fermava, Febo era il primo a balzare a terra, per cercare un cespuglio e trotterellare un poco. Era anche il primo a saltare sul treno non appena il fischio della locomotiva annunciava la nuova partenza.
Dopo quattro giorni di viaggio eravamo prossimi, mancavano solo poche ore all’imbarco.
Un’ultima sosta, l’ultimo fischio di richiamo e proprio allora Febo fu sorpreso: non riuscì a saltare su quest’ultimo convoglio che aveva preso troppa velocità.
Corse, corse ancora e fu sfinito. Rimase sui binari guardando verso di noi, con il buffo musetto e uno sguardo malinconico, triste, smarrito.
Molti di noi, e io tra questi, erano volti a guardare indietro – disperatamente – quella macchia estranea sulle traversine, quelpiccolo essere che mano a mano diveniva un punto in lontananza, tra i binari che si riunivano in una lunga linea nera.
Fu quella l’immagine che mi restò della Spagna.
E piansi, piansi anche per Febo, un pianto di liberazione per tutta l’immane tragedia che da troppo tempo stavo vivendo, insieme con i miei compagni morti o sopravissuti, insieme con tutti gli Italiani.

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