Agostino Incisa della Rocchetta

Il contrammiraglio Incisa della Rocchetta imbarcò nell'ottobre del 1942 sul Roma, con la qualifica di .

Quale ufficiale di Stato Maggiore più anziano sopravissuto subito dopo la deflagrazione, fu lui a dare l'ordine di abbandono nave. Gravemente ustionato, venne ricoverato dapprima sull'Isola del Rey, a Mahon, e successivamente a Madrid.

Autore de "Un CT ed il suo equipaggio" (relativo ai due anni di imbarco sul CT PIgafetta) e de "L'ultima missione della corazzata Roma" da cui è tratto il brano.

E adesso vorrei raccontare come ho visto io le cose. Perché adesso, non prima e non dopo? Perché ho cercato di seguire un certo filo logico nella successione delle narrazioni: prima tutti quelli che erano addetti alle stazioni di direzione del tiro o alle armi; che erano allo scoperto, che hanno visto in faccia il nemico e fra questi mi ci sono messo anch'io, perché ero DT dei 90 di sinistra e anch'io ho visto chi ci colpiva. Mi sono messo penultimo, non ultimo, come forse la modestia avrebbe consigliato, perché desidero che l'ultimo racconto di coloro che erano allo scoperto sia quello di un marinaio che ha vissuto l'avventura più incredibile e straordinaria. Dopo farò seguire le narrazioni di coloro che erano addetti ai servizi di sicurezza, alle centrali elettriche, che erano a ridosso nella torre n. 3 g.c., perché non hanno visto ma solo sentito gli effetti delle bombe (non per questo hanno sofferto meno, intendiamoci).

Ho fatto una sola eccezione: nel primo gruppo ho messo il marò Piccardo, perché egli era legato alle armi, nel senso che era rifornitore nel deposito munizioni da 90 mm, non solo, ma perché si è trovato proprio nel deposito dei complessi n. 9 e n. 11, attraverso il quale è passata la prima bomba e si è salvato per non so quale miracolo.

Dalle 12 alle 16 io ero franco, cioè non ero di guardia: al mio posto nella torretta di direzione del tiro c.a. di sinistra c'era il T.V. Natale Contestabile. Io ero insieme al 1° DT, C.C. Luigi Giugni, nella "segreteria tecnica artiglieria", un locale semicircolare, addossato al torrione, subito sotto la plancia comando. Vi si conservavano tutti i disegni particolareggiati delle armi e serviva a coloro che avevano in cura l'efficienza dell'armamento della nave: in primo luogo gli ufficiali delle Armi Navali e poi i direttori del tiro. C'erano tavoli da disegno, sgabelli e sedie; si poteva riposare abbastanza bene, riparati dal sole, dalla pioggia e dal vento, ma si era anche vicinissimi al proprio posto di combattimento.

Ad un tratto udii una voce: "Aereo a dritta!". Mi diressi immediatamente verso l'uscita del locale e vidi, su un sito di almeno 80°, un bimotore tedesco. Subito dopo dalla carlinga si staccò una luce rossa e la voce di prima gridò: "Ha fatto il segnale di riconoscimento". Apparentemente chi aveva detto ciò aveva ragione perché sembrava si trattasse proprio di uno di quei bengala che usavano gli aerei tedeschi per farsi riconoscere dalle navi: generalmente si dividevano in 3 o 4 stelle di diversi colori, secondo una sequenza concordata tra i comandi aerei tedeschi e i comandi navali italiani. Ma questa volta il bengala non si divise, venne giù dritto filato, lasciando una scia azzurrognola. Pochi istanti dopo vidi una colonna d'acqua a un centinaio di metri dalla Roma.

Solo dopo una manifestazione di ostilità così palese da parte dei tedeschi, sulla Roma fu dato il segnale di "allarme aereo" e cosi Medanich, il DT dei 90 di dritta, poté aprire il fuoco contro il secondo aereo che si avvicinava (attaccavano uno per volta). Egli bolliva da un pezzo per l'impazienza, perché aveva gli aerei in punteria da molto tempo. Io, intanto, ero salito in plancia e, invece di passare dietro il torrione (la plancia circondava il torrione; nella parte posteriore era scoperta, nella parte anteriore era protetta da una serie di finestrini) passai dalla parte anteriore; probabilmente volevo vedere qualcuno del comando per avere qualche direttiva. Vidi nella plancia coperta il comandante Del Cima che scrutava il cielo col binocolo e notai che la porta corazzata anteriore del torrione era aperta. Egli non mi disse nulla ed io corsi alla mia torretta, da cui usci Contestabile ed io mi misi al suo posto. Fare ciò era agevole, perché il cielo della torretta era a livello del paragambe della plancia; bastava scavalcare questo e si era sulla torretta. Il posto del DT era, appunto, in una apertura del cielo di questa. Si sporgeva a mezzo busto dal piano superiore ma si aveva davanti una sorta di parabrezza con due finestre protette da cristalli; davanti al parabrezza, un mirino circolare con croce inserita, tipo mitragliera e, protetto dal parabrezza, un binocolo a forte ingrandimento. Questo si puntava in elevazione mediante una maniglia, mentre in brandeggio il DT doveva puntarlo comandando con una manopola il motore che brandeggiava tutta la torretta. In tal modo si portava in punteria l'A.P.G. ed il telemetro. Il posto di osservazione del DT si poteva chiudere, in caso di maltempo, con un piccolo mantice di tela. Nella torretta, c'erano 2 puntatori dell'A.P.G., un telemetrista, un addetto alla centralina che elaborava i dati, per trasformarli in "alzo" e "cursore" e graduazione per il tempo di scoppio della spoletta, un addetto a tre incarichi: alle correzioni ordinate dal DT per allungare od accorciare il tiro, al quadro dei lampadini che davano il "pronti" dei pezzi, nonché al pulsante che provocava il fuoco simultaneo dei 6 cannoni.

Io con i miei pezzi di sinistra sparavo solo agli aerei in allontanamento; magra soddisfazione, perché era un tiro punitivo, non preventivo, che è quello essenziale per la sicurezza della nave.

L'impatto della prima bomba non fu rilevato che scarsamente da me, perché non avvertii le oscillazioni della nave, preso come ero dal tiro dei miei cannoni. Però mancò la corrente per qualche istante e vidi con viva preoccupazione il gabbione del radiotelemetro che, staccatosi dal suo supporto in conseguenza della concussione della bomba, era andato ad infilarsi sulla canna del mio complesso n. 1, immobilizzandolo; mentre stavo per dare ordine all'armamento del complesso di uscire dalla torretta e gettare a mare il gabbione fui avvertito di un altro aereo che veniva da dritta. Lo scorsi esattamente allo zenit, sulle nostre teste. Brandeggiai la torretta ma non potei mettere l'aereo nel campo del binocolo solidale con essa, perché la sua massima elevazione non arrivava allo zenit.

Perciò seguivo l'aereo col mio binocolo a mano: non veniva mai in campo del binocolo solidale alla torretta perché mentre volava da dritta a sinistra, la nave, che era sotto forte accostata a sinistra, aveva un moto di rotazione che rendeva pari a zero il moto relativo nave-aereo, cioè questo rimaneva sempre sulla nostra verticale e fuori campo dell'A.P.G. e dei cannoni. Era un incubo, come in certi sogni in cui qualcuno ci assale per ucciderci e noi ci sentiamo come paralizzati, incapaci a muoverci. Passò qualche secondo; non so se vidi il fuoco rosso staccarsi dall'aereo, ma ricordo, come fosse ora, un enorme barile nero che piombò giù passando a non più di un metro dalla torretta. Si udì un tonfo sordo e la corrente in torretta andò via. Io diedi ordine di passare nella SDT di poppa, cioè quella notturna che si trovava subito a poppavia della torretta, ma un po' più in basso e saltai dalla torretta sul piano della plancia. Qui trovai Contestabile che mi chiese: "Che sta succedendo?", risposi: "È semplice, è caduta una bomba e adesso da qua sotto sta uscendo vapore e fumo nero". Una densa nuvola di vapore misto a fumo usciva da un punto situato tra il torrione e la torre di prora a sinistra da 152. Avevo appena finito di parlare, quando dalle viscere della nave si sprigionò un soffio di potenza spaventosa, l'atmosfera divenne tutta di un giallo intenso e una vampa di irresistibile calore mi avvolse.

 

Penso che la nave si sia sollevata improvvisamente e poi sia ricaduta di schianto, perché mi trovai disteso sul piano della plancia, con le braccia protese in avanti. Vedevo la pelle delle mani contrarsi, aggricciare e prendere quel colore bruno della carne arrostita; sentivo tutta la pelle della faccia contrarsi dagli zigomi, dalla fronte, dalle guance, dal mento, come se una grande mano di fuoco la volesse raccogliere nel pugno, in corrispondenza della bocca.

Esiste a Roma un museo etnologico, il museo Pigorini, derivato dal museo kircheriano, fondato dal padre gesuita Kircher, nel quale sono conservati degli strani trofei degli indios Mundrukos (Brasile), Jivaros e Ochuali (Ecuador). Sono teste di nemici di queste tribù, disossate e ridotte alla grandezza di un pugno; hanno la bocca cucita con una lunga frangia di fili colorati, perché non possano profferire maledizioni all'indirizzo di chi le ha ridotte in tal modo. Mi sembrava che la mia testa fosse diventata come quelle del museo: una sensazione terribile.

Bisogna notare che non sono stato investito direttamente dalle fiamme ma cotto dal riverbero: ero a 3 o 4 metri dalla vampa. Fu questione di 4 o 5 secondi ma mi ha procurato un'impressione così profonda che non si è più cancellata dalla mia memoria. Sono passati più di trent'anni da quella vampata, ho lasciato la Marina, la vita civile con le sue esigenze mi ha assorbito completamente ed io ho gettato dietro le spalle il passato, mi sono interessato del presente e, soprattutto dell'avvenire. Raramente mi veniva di tornare col pensiero alla tragedia della Roma; per anni ci siamo rivisti, rincontrati con Megna, Scotto, Vannicelli Casoni, Vacca Torelli e altri amici che avevano vissuto le stesse vicissitudini, ma mai abbiamo commentato insieme quei tragici momenti: era acqua passata, volevamo guardare avanti a noi non alle nostre spalle. Eppure mi capitò di rivivere come in sogno il terribile rogo. Fu al cinema: davano un film nel complesso abbastanza irritante e sciocco chiamato La scala al paradiso. Si vedevano nell'immensa cavea di un fantastico teatro greco (il paradiso) arrivare continuamente uomini e donne in divisa, che andavano ordinatamente ad occupare il posto loro assegnato. Era un paradiso esclusivista perché vi erano ammessi solo inglesi e americani (o forse c'erano anche i russi? Non ricordo). Italiani, tedeschi o giapponesi non se ne vedevano, forse erano tutti all'inferno... Ma oltre a questa rappresentazione piuttosto oleografica del paradiso, c'era la visione di un bombardiere britannico in fiamme e questa era una scena di un verismo cosi profondo, con gli uomini che si contorcevano nella carlinga, divenuta un forno ardente, che mi è sembrato di rivivere in pieno quel lontano 9 settembre del 1943. Proprio di riviverlo io di persona: qualcosa di sconvolgente.

Non ho mai più provato nulla di simile e solo ora, consultando i documenti sulla tragedia della Roma, sono riandato con la mente a mille particolari dimenticati.

La vampata durò pochi secondi e in quel brevissimo tempo condannò a morte la nostra più moderna nave da battaglia, ma nel dramma vi fu una fortuna: si trattò di una deflagrazione e non di una esplosione e questo fu dovuto ad una qualità del nostro munizionamento "di lancio": la progressività.

Si chiamano cariche di lancio quelle munizioni che si introducono nel cannone per lanciare fuori il proietto. Esse debbono avere una combustione piuttosto lenta e graduale. L'esplosivo usato era la cordite, un derivato della nitroglicerina, confezionato in bacchette cave simili a maccheroni di colore bruno. All'aria aperta bruciavano poco più rapidamente di un bastone di ceralacca. Una volta ne vidi bruciare un certo quantitativo in un prato a Buffoluto, presso Taranto, ove erano sistemate le polveriere della Marina. La cordite è stabile e sicura per un certo numero di anni, dopo diventa instabile e pericolosa. Per questo, periodicamente, il munizionamento di bordo andava rinnovato e quello sbarcato veniva distrutto col fuoco. Ricordo che in quel prato avevano fatto una lunga striscia di bacchette di cordite, alta all'incirca un palmo e poi avevano dato fuoco ad una estremità della striscia: la cordite bruciò con una fiamma intensamente gialla ma per distruggere tutta la striscia, lunga una quindicina di metri, ci vollero un paio di minuti.

 

Dunque il nostro munizionamento di lancio era stabile, contrariamente a quello britannico. Le cariche di lancio di 2 torri da 152 e di 1, forse 2 torri da 381, presero fuoco tutte insieme; diverse tonnellate di cordite, si badi, che produssero un soffio potentissimo, un'immensa fiammata, però non detonarono. L'esplosivo contenuto nei proietti non fu coinvolto, perché allora la nave sarebbe stata polverizzata. Nei proietti si usava il tritolo (trinitrotoluene: toluolo, idrocarburo aromatico al quale vengono sostituiti 3 atomi di idrogeno con gruppi nitrici), che può essere fuso e quando si solidifica può essere impunemente preso a martellate, segato, fresato, maltrattato in tutti i modi. Ma se nella sua massa si introduce un cilindretto di tritolo compresso e questo lo si innesca, poniamo, con una pastiglia di tetrazoturo d'argento che, colpita da un qualsiasi percussore a spillo, prende subito fuoco, il cilindretto di tritolo detona e fa detonare tutta la massa di tritolo fuso: si ha, cioè, una combustione istantanea con enorme aumento di volume e sviluppo di calore.

Insomma il tritolo detona, la cordite deflagra, almeno quella nostra. Per quella britannica era un altro affare e non da ieri. Già alla battaglia dello Jutland nella Prima guerra mondiale, 2 incrociatori da battaglia britannici furono letteralmente polverizzati dalle salve nemiche; uno di essi sparì tanto rapidamente, che quello che lo seguiva in formazione passò nelle sue acque senza urtare relitti e di tutto l'equipaggio si salvò solo un guardiamarina. Nella Seconda guerra mondiale, l'incrociatore da battaglia britannico Hood si disintegrò alla terza salva della corazzata tedesca Bismarck, mentre nel Mediterraneo la corazzata britannica Barham esplose per una coppiola di siluri di un sommergibile tedesco e sparì in una grande nuvola nera.

I depositi della Roma dunque deflagrarono e permisero che 1/3 dell'equipaggio si salvasse.

Però il trauma, per me, era stato cosi forte ed ero cosi certo che le ustioni contratte non permettessero in alcun modo la mia sopravvivenza (ero, in altre parole, cosi sicuro di dover morire) che, essendo allora come adesso cattolico convinto, feci un'ottima preparazione alla morte e mi misi ad aspettare con calma e con straordinaria serenità il momento del trapasso. Anzi ero molto curioso di vedere cosa c'era al di là, ma senza timore, con fiducia.

 

Da allora ho sempre rimpianto quella ottima preparazione alla morte, nel timore che essa possa non ripetersi, che io non ne abbia il tempo o la disposizione spirituale. Sinceramente la considero un 'occasione d'oro perduta.

I minuti passavano e non succedeva niente. Allora mi guardai intorno: non c'era anima viva. Contestabile era sparito, dal torrione non usciva nessuno. La porta corazzata era chiusa con un motorino elettrico. C'era, è vero, la possibilità della apertura a mano con una leva a cricco ma io non avevo certo la forza di manovrarla e poi credo che si trovasse solo all'interno del torrione.

Mi alzai in piedi e mi venne la curiosità di affacciarmi sulla sinistra, dove era caduta la bomba e appoggiai le mani al paragambe: era rovente; la vernice delle sovrastrutture si sollevava in bolle e bruciava crepitando con un fumo acre. Cosi mi ustionai le mani anche di sotto e la pelle si staccò dalle palme e rimase pendente come un paio di guanti (analogamente accadde a Vacca Torelli). Il gran fumo mi impedì di vedere alcunché e non mi accorsi che la parte girevole della torre n. 2 g.c. non c'era più.

Pensando ancora di dover morire, procurai di cercare un posto dove morire respirando meglio e salii la scaletta posteriore al torrione fino alla plancia ammiraglio; istruito dalla bruciatura delle palme contro il paragambe, mi sostenevo ai passamano della scaletta con le braccia flesse, cosi che i passamano scorressero a contatto dell'interno delle braccia, protette dalle maniche della giacca di panno. In plancia ammiraglio l'atmosfera era respirabile, ma i minuti passavano ed io non morivo: dovetti ammettere che il trapasso era rimandato ad un'altra volta. Non vidi nessuno neppure li; il torrione era chiuso e c'era un gran silenzio. Sapevo che oltre a diversi ufficiali che stimavo e conoscevo bene, doveva trovarsi all'interno l'ammiraglio Bergamini, uomo carico di umanità e amato da tutti, e con lui il contrammiraglio Stanislao Caraciotti, figura morale che non trovava riscontro, amico da molti anni della mia famiglia. Purtroppo mi mancavano le forze per tentare qualcosa per soccorrerli.

Ridiscesi tutte le scalette e sotto la stazione segnali vidi, impigliato nei gradini, a testa in giù, il corpo carbonizzato di un segnalatore.

Arrivato sul castello a dritta, un gruppo di persone, che mi sembra fossero un sottufficiale e 2 graduati, mi indicarono il foro della prima bomba; proseguii verso poppa, passando carponi sotto il motoscafo che era caduto di traverso sul castello, sbalzato dalle sue selle sistemate sulla tuga; scesi le scale che davano accesso alla poppa e mi trovai in mezzo ad un gruppo di persone, tutte munite di salvagenti e indenni, che vagavano senza una meta precisa. Dissi a chi mi poteva sentire e in particolare agli ufficiali, di non gettarsi a mare, di attendere perché la nave, sebbene fortemente sbandata, sembrava ancora capace di galleggiare. Poi risalii la scala di sinistra che portava sul castello, cercando un salvagente. Alla porta posteriore della torre da 152 li vicino, si affacciò un marinaio e mi diede un salvagente. A Mahòn feci ricerche per sapere chi fosse stato, ma non riuscii ad appurare nulla. Io penso proprio che sia stato un angelo... lo penso veramente, perché senza quel salvagente non sarei stato in condizione di tenermi a galla. Forse è stato quell'unico componente della torre che non si è mai più ritrovato.

Vidi il G.M. Scotto, privo di sensi, disteso a pochi metri dalla torre. Dissi al G.M. Meneghini, che passava di lì, di raccoglierlo e prenderne cura, cosa che egli fece.

Ritornato a poppa, vidi che ormai la nave sbandava sempre più e che l'acqua lambiva il trincarino. Diedi l'ordine di abbandonare la nave essendomi reso conto che ero l'ufficiale di vascello più anziano rimasto in vita. Però molti non mi riconoscevano perché avevo la faccia nera e i baffi bruciati; mi riconobbe il Ten. del C.R.E.M. Negrozzi che mi legò il salvagente, dopo che io mi ero tolto la giacca, il binocolo e la pistola, avevo posato il tutto con cura su un fungo di ventilazione e avevo disposto le scarpe ben allineate alla base del fungo stesso. Casi analoghi di strana pignoleria in tragiche circostanze si trovano nel comportamento del S.T.V. Vannicelli Casoni e del Ten. G.N. Staccoli Castracane. Mi dispiaceva lasciare la pistola, perché non era d'ordinanza: era una Smith & Wesson a tamburo, cromata, che portavo in una fondina appesa alla spalla sinistra, sotto la giacca, all'altezza del gomito, come i gangsters e i poliziotti americani. Rimasi con indosso, oltre ai calzoni, il maglione dell'Accademia Navale, quello bleu con le ancore rosse incrociate, sormontate dalla corona reale, sul braccio sinistro.

Intanto qualche ufficiale, diversi sottufficiali e marinai provvedevano a gettare in mare i salvagente Carley che stavano sul cielo delle torri di poppa; penso che quelli della torre n. 3 g.c. si danneggiarono perché furono gettati giù senza troppi riguardi e rimbalzarono in coperta.

 

A questo punto scavalcai la battagliola e mi gettai a mare "a papera"; un tuffo di stile sarebbe stato inutile, anzi impossibile, dato che ci trovavamo già con i piedi a livello dell'acqua. Mi allontanai dalla nave nuotando come potevo e raggiunsi un gruppo di 3 persone aggrappate ad una branda. Erano i tenenti del C.R.E.M. Orefice e Fidone con un marinaio, che credo fosse il furiere Del Vecchio, che aveva la parte superiore del bicipite resecata. Gli ufficiali mi pregarono di non aggrapparmi anch'io alla branda, altrimenti saremmo andati tutti a fondo. Cosi mi tenni a qualche metro di distanza.

Intanto la nave andava sbandando sempre più ed il personale che si trovava ancora a poppa, incerto se gettarsi a mare dalla dritta, temendo che la nave capovolgendosi lo sommergesse, o se gettarsi dalla sinistra dove sarebbe stato necessario un tuffo da notevole altezza, cominciò a rotolare giù dal ponte, ormai quasi verticale. Erano almeno una ventina di persone chiaramente visibili a causa del salvagente rosso che indossavano. Poi la nave si capovolse ed alcuni uomini riuscirono ad inerpicarsi sulla carena. Ma appena capovolta si spezzò in due: il troncone di poppa si immerse con un'inclinazione di 45° circa e un paio di uomini che sparivano sott'acqua aggrappati ad una delle grandi eliche di bronzo che brillavano al sole, fu l'ultima visione che ne ebbi.

 

La parte di prua rimase più a lungo fuori dell'acqua in posizione verticale, tanto che da dove eravamo scorgemmo perfettamente lo stemma rosso e oro di Roma con la scritta +SPQR; poi verticalmente si immerse: gli ufficiali del C.R.E.M. gridarono "Viva il Re!" ed io con loro.

Non mi abbandonai alla disperazione, non temetti neppure per un istante di non essere salvato, trovai naturale la vista della motobarca del Mitragliere che veniva nella mia direzione. Gli uomini della motobarca gridavano: "Prima i feriti!"; mostrai le mani e mi tirarono subito su. Evidentemente ogni mia azione da dopo la deflagrazione dei depositi era stata fatta come in trance, eppure avevo agito secondo logica, avevo preso delle iniziative e dato disposizioni razionali. In altre parole ero, io penso, come trasognato, eppure la mia mente era lucida.

Appena a bordo del Mitragliere mi tagliarono il maglione per non dovermelo sfilare dalle mani bruciate e dalla testa. Qualcuno mi fece bere un liquore; l'infermiere di bordo mi spennellò le mani di tannino e mi mise qualche pomata in faccia e sulle gambe, anch'esse parzialmente ustionate. Il maglione, amorevolmente ricucito dalle donne di casa, devo averlo ancora in un baule... Il comandante Laj, Assistente di squadriglia, cioè collaboratore diretto del C.V. Marini, comandante la XII squadriglia, mi cedette il suo alloggio e mi fece distendere sulla sua cuccetta. Il S.T.V. Mattoli, incolume, ebbe la pazienza di passare tutta la notte con me.

Fu una notte movimentata. Certo noi feriti non potevamo neppure sospettare le incertezze che tormentarono il comandante Marini per decidere quale porto fosse sufficientemente sicuro per accoglierci, per soccorrerci, non per prenderci a cannonate. Il suo tormento è magistralmente espresso nel rapporto che egli scrisse a Mahòn il 30 settembre 1943 e che è riportato integralmente in questo libro. Noi, però ci accorgemmo dell'agitazione che regnava a bordo: per tutta la notte fu un susseguirsi di colpi di clacson che davano l'allarme aereo, un risuonare di passi sulle lamiere del ponte; gente che correva al posto di combattimento. Nel tormento delle ustioni e nell'avvampare della febbre che si era impadronita del mio corpo, pensavo: una volta ce l'ho fatta a cavarmela, ma questa sarà la morte del topo, perché chi mi muove di qui? Seppi in seguito che quel tramestio dipendeva da un ricognitore britannico che ci segui tutta la notte, illuminandoci di tanto in tanto con bengala.

Niente di più, ma dopo quello che avevamo passato, anche un semplice ricognitore bastava a farci saltare i nervi.

Come Dio volle, all'alba ci trovammo davanti al porto di Mahòn e alle 8.30 ci sbarcarono dalle navi e ci avviarono all'ospedale militare.

Dei primissimi giorni ricordo solo le medicazioni mattutine. Gli infermieri spagnoli mi avevano fasciato le mani e per togliermi le bende, nell'intento di farmi soffrire di meno, davano uno strappone per staccarle dalla carne viva.

Dalla mia bocca uscivano parolacce che allora venivano considerate irripetibili, ma che adesso costituiscono l'intercalare che infiora i discorsi delle minorenni. L'infermeria era a piano terra e davanti alla finestra, aperta, passavano curiosando soldati spagnoli e i nostri feriti più leggeri: costituire per loro uno spettacolo mi imbestialiva.

In seguito le mie condizioni peggiorarono, ebbi un principio di broncopolmonite traumatica e mi si disse, poi, che mi avevano anche preso le misure per la cassa da morto, invece guarii mediante un solo cataplasma appena tiepido.

Poi, per nostra fortuna, il comandante Marini mandò come rinforzo all'ospedale l'aspirante medico Franco Sala. Era solo aspirante, non era ancora ufficiale, però era un medico capace ed efficiente e cosi simpatico che tutte le suore (Hijas de la Caridad della congregazione fondata dall'americana Seaton) lo adoravano. Curò tutti con amore ed abnegazione e a me salvò certo le mani che, altrimenti, sarebbero state amputate. Me le mise, libere da ogni bendaggio, in due bacinelle contenenti del "liquido di Dakin" (soluzione neutralizzata di ipoclorito, battericida). Avevo i tendini estensori delle dita allo scoperto ma l'infezione passò. Mi strappò le unghie sotto cui si annidava l'infezione e ne crebbero di nuove, non troppo belle, ma che più o meno fanno la loro funzione. Per evitare che la bruciatura degli estensori provocasse l'inconveniente delle mani ad artiglio (le dita rattrappite perché richiamate solo dai flessori che si trovano sotto le dita e nel palmo) mi applicò ai polsi degli archetti di fili di ferro ai quali attaccò degli elastici che tenevano in trazione le dita. Per far rimarginare più presto le cicatrici mi fece due trapianti di pelle, lavorando in équipe col nuovo direttore spagnolo dell'ospedale, anche lui, a dir il vero, efficiente e capace.

Ho raccontato tutto questo per portare un esempio delle cure che dedicava ai feriti, non per parlare di me. Egli poneva lo stesso impegno nei riguardi di tutti e di ciascuno. E poi era allegro, scherzava, era amico di tutti... Mi portò a bordo del Fuciliere per Capodanno e la celebrazione fini in una sbronza generale, di cui ricordo, come ultimo episodio, un'arancia che ricevetti in piena faccia, dopo di che caddi in un sonno profondo.

Ormai che stavo un po' meglio, mi rendevo conto dell'ambiente in cui mi trovavo. Dopo i primi giorni mi portarono in barella per i reparti per visitare gli altri feriti. Mi fecero fare una breve sosta presso il letto di Medanich, parlava a fatica; con voce strozzata mi chiese: "A te chi ti ha beccato?" gli risposi: "Lo stesso aereo che ha beccato te". Non lo rividi più, mori dopo pochi giorni.

Finché ero immobilizzato a letto, vedevo dalla finestra un po' di cielo ed una scarpata erbosa e sentivo squillare nell'aria limpida di settembre i segnali di tromba di un reparto spagnolo che non sapevo dove fosse. Mi ero immaginato un mondo a modo mio. Poi cominciai ad uscire all'aperto con i miei mezzi, sempre accompagnato dall'inseparabile Giannoccaro. Cosi vidi che ci trovavamo su un'isoletta al centro della bella baia di Mahén. L'ospedale si componeva di 2 fabbricati distinti, uno dei quali era stato costruito alla fine del '700 dagli inglesi.

Aveva una certa sua dignità architettonica: un corpo centrale con 2 avancorpi laterali, 2 piani, con un porticato in quello inferiore. Aveva delle corsie molto ampie, ma un po' fatiscenti e veniva usato solo parzialmente quando l'altro fabbricato non poteva accogliere più ricoverati. Questo secondo corpo di fabbrica, posto di fronte all'altro, un po' più in basso, era di costruzione recente, fatta dagli spagnoli. Si trattava di un agglomerato di baracche, senza alcuna pretesa architettonica e ad un solo piano.

Il 29 gennaio 1944, dopo quasi 5 mesi di degenza, lasciai l'ospedale di Mahòn per essere sottoposto a operazioni di plastica a Madrid insieme ad altri 3 che avevano anche loro postumi di ustioni gravi e con Giannoccaro affetto da pleurite.

Scotto, che aveva avuto le ustioni più gravi al volto, aveva dovuto subire a Mahòn l'asportazione di un occhio, ormai irrimediabilmente perso, per evitare danni irreparabili all'altro, anch'esso parzialmente leso. Egli rimase un certo tempo a Barcellona in cura da un medico di fama mondiale che gli salvò l'occhio. Ci raggiunse all'ospedale di Carabanchél Bajo a Madrid e per lunghi mesi divise la camera con me.

Io venni dimesso dall'ospedale di Carabanchél il 23 dicembre 1944, dopo aver subito ben 9 operazioni di plastica.

Adesso basta parlare di me: voglio aggiungere solo 2 cose ancora: una notizia che avevo tralasciato e una considerazione.

La notizia è la seguente: nella tarda mattinata del 9 settembre 1943, mentre navigavamo diretti a La Maddalena, scese dalla plancia ammiraglio il T.V. Uncini, addetto al Comando FF.NN.B. e fece un giro per informarsi se c'era qualcuno che conoscesse bene l'inglese. Questa inchiesta mi diede da pensare e la conclusione che ne trassi fu che l'ammiraglio prevedeva contatti verbali con i britannici a breve scadenza e ne provai un profondo malessere.

La considerazione è la seguente: secondo i dati conclusivi dell'inchiesta, sono periti nel naufragio della Roma 1.227 persone e se ne sono salvate 622. Meritavano di morire i 1.227 e meritavano di vivere i 622? Non c'erano fra quelli morti, uomini di grande ascendente morale, di profonda cultura, di alta spiritualità, di indiscusso valore nel campo scientifico e tecnico? Non c'erano fra gli scampati uomini mediocri se non proprio delle nullità? Se la missione dell'uomo è di produrre qualcosa di spirituale o di materiale che sia a beneficio della società, perché e da chi è stata fatta questa incomprensibile discriminazione? Chi crede in Dio afferma che ogni evento dal più insignificante al più grande fa parte dell'imperscrutabile disegno divino e dato che Dio è infinitamente buono e infinitamente giusto, ogni Sua decisione risponde a fini di bontà e di giustizia. Chi è ateo afferma che ogni evento non provocato dall'uomo o da leggi naturali è dovuto al Caso. Tralasciamo le infinite tesi delle religioni non cristiane.

Io confesso che mi chiedo continuamente: perché sono scampato alla catastrofe della Roma? In questi trent'anni e più che sono trascorsi dal 9 settembre del 1943, cosa ho fatto a beneficio della società? Non ho forse obbedito soltanto al mio gretto egoismo, non ho compiuto azioni a danno del prossimo? Si, ho lavorato con buona volontà, mi sono sposato e, mia moglie ed io, abbiamo cercato di educare i nostri due figli secondo principi che credevamo i migliori ed ora ognuno di loro sta conquistandosi l'indipendenza e creandosi una vita che risponde ai suoi principi e alle sue esigenze. Ma, ho fatto fruttare la moneta che mi era stata affidata dal mio Signore? (mi riferisco alla nota parabola del Vangelo). In che maniera e in che misura? Non so darmi una risposta e mi ci arrovello, ma forse pretendo di valutare cose più grandi di me.

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