Giovanni Caretti

9 settembre 1943

da R.N. Italia

Sono sul cielo della torretta DT medio calibro di dritta della Regia Nave “Italia”, dove mi alterno alla guardia con il Tenente di Vascello Mario Casardi, Direttore del Tiro di questa batteria. Non fa freddo: ma per precauzione, quando ho lasciato il mio camerino questa notte agli squilli di tromba di “navigazione in guerra” trasmessi con gli altoparlanti della Rete Ordini Collettivi, mi sono coperto bene; oltre al salvagente, ho un buon coltello, una fiaschetta di cognac e un po’ di lire in contanti. Tutto può servire, non si sa mai…….

Nella torretta siamo in cinque: puntatore, telemetrista, due SDT ed io. Diciotto mesi fà, a Taranto, imbarcai su questa Nave, timido aspirante ventunenne fresco di Accademia Navale. Fui subito destinato sottordine alle “trasmissioni” (centrali di tiro, apparecchi di punteria, telemetri). Adesso posso considerarmi già anziano della Nave, sono sottotenente di vascello ed ho sempre lavorato con i cannonieri e specialisti del 3° e4° Reparto, i quali mi conoscono bene.

Siamo ancora frastornati dagli avvenimenti della sera prima, a La Spezia. Le nostre tre corazzate della IX Divisione sotto pressione in rada, pronte a partire per Salerno ed una ultima battaglia contro un nemico ultrapotente. Poi, del tutto inatteso, l’annuncio alla radio dell’Armistizio, la caotica sparatoria di gioia di tutte le batterie sui monti, l’assemblea generale a prua per ascoltare le parole sobrie e riflessive del nostro Comandante.

E stamane ci troviamo a W della Corsica con rotta 180°, in compagnia di incrociatori e unità minori di scorta. Il tempo è bello, il mare calmo, nessun nemico in vista. Insomma, una navigazione tranquilla, nulla in confronto alle molte ore di tensione passate in Mediterraneo Centrale nel marzo e giugno 1942. Alcuni bimotori inglesi “Baltimore” e “Marauder” si limitano a sorvegliarci da lontano, bassi sul mare. I nostri pezzi da 152 mm sono pronti al tiro di sbarramento anti-aerosilurante, ma oggi pare non ve ne sia bisogno.

Poco prima delle 13,00 h si inizia ad accostare a sinistra. “Roma” e “Vittorio Veneto” precedono “Italia” in linea di fila verso le Bocche di Bonifacio. La destinazione non può che essere La Maddalena. Ma alle 14,40 h, una improvvisa sorpresa: inversione di rotta di 180° ad un tempo.

Come mai ? Dove, ora ? Perché ?

Appena pochi minuti dopo esserci posti questi interrogativi, eccoli ! Ne avvistiamo cinque, bimotori, altissimi (6000 m e più). In gruppo sciolto, sembrano gironzolare senza scopo a bassa velocità, quasi sulla nostra verticale. Difficile identificarli: e inizialmente non ci preoccupiamo perché hanno superato di molto il sito abituale di sgancio. Comunque le nostre batterie a.a. da 90 mm aprono il fuoco. Da uno degli aerei si stacca uno strano oggetto che pare ardere lasciandosi dietro una scia tortuosa di fumo. “L’abbiamo colpito !” gridano i mitraglieri sulle piazzuole sotto la nostra torretta. Ma l’oggetto cade velocemente verso di noi – e non sembra un velivolo. Soffio fortissimo, onda di pressione, alta colonna d’acqua a pochi metri dalla nostra poppa. La nave oscilla emettendo quei curiosi sbuffi d’aria espulsa dai compartimenti che ho già sentito quando fummo silurati il 15 giugno ’42.

Arriva in tutta fretta il nostro Direttore del Tiro T.V. Casardi, per sostituirmi. Mentre sto per scendere nella torretta guardo verso il “Roma”, a qualche migliaio di metri a dritta, un pò verso poppa. Cosa succede ? Qualcosa non va, mi sembra stia rallentando e abbandonando la formazione. Ahi ! L’antenna a gabbia del suo radiotelemetro cade dal torrione e sale una lieve fumata bianca. Un attimo - e subito dopo, fiamme altissime nascondono mezza nave, accecando i nostri occhi inorriditi ! Giunge fino a noi un ruggito soffocato, mentre un lieve tepore sfiora le mie guance,,,,,. come un carezza d’addio dei compagni che non vedremo più!………

Rimaniamo tutti silenziosi, immobili, allibiti. Stentiamo a credere ! L’SDT Giberti mormora: “Povera nave!” L’altro SDT, Dagnino, ha gli occhi colmi di lacrime. Casardi, il Capo telemetrista Munari ed io ci guardiamo esterrefatti senza parole. Osservo sgomento quel relitto fumante, sbandato a dritta e sempre più lontano. Era la più recente e più bella delle tre corazzate della nostra IX Divisione; a bordo aveva il nostro Comandante in Capo Ammiraglio Bergamini e tutto il suo Stato Maggiore. E pensare che tutti costoro solo due giorni fà erano ancora qui con noi sulla “Italia”! Il 22 e 23 marzo e il 12 e 13 aprile scorsi a La Spezia io stesso ero stato sul “Roma” ed avevo sparato a lungo con i suoi cannoni da 90 mm contro bersagli aerei e navali, per conseguire l’abilitazione al tiro con qualifica “a” !

Alcune unità minori dirigono a soccorrere i superstiti, mentre la nostra formazione è costretta purtroppo a proseguire, con violente accostate e con le batterie a.a. che tuonano rabbiosamente senza sosta. Mi viene da riflettere con amarezza che fino all’estate 1942, la nostra fiducia nelle capacità incassatrici di queste nostre moderne corazzate era illimitata: silurate, bombardate, esse se la cavavano sempre. Ma dopo, con l’arrivo dei bombardieri quadrimotori, l’offensiva aerea era cresciuta a dismisura. A partire dall’aprile ’43 a La Spezia, pur trovandoci nella base navale meglio difesa del nostro Paese, ci toccava sopportare incursioni sempre più micidiali. (Notte del 13-14 aprile: danni alla nostra Torre 2 da 381 mm – Notte del 19-20 aprile: 36 bombe e spezzoni incendiari caduti entro 10 metri dalle nostre murate e Arsenale in fiamme – Giornata del 5 giugno: “Vittorio Veneto” e “Roma” seriamente danneggiate, noi centrati ma illesi per miracolo). E ora questa nuova diabolica arma tedesca, molto più precisa, che per la prima volta viene impiegata in Mediterraneo proprio contro di noi !......L’era delle grandi navi da battaglia volge alla fine. Nessuna di esse (né “Bismarck”, né “Prince of Wales” e “Repulse”, successivamente neppure le gigantesche “Yamato” e “Musashi”) ha potuto sopravvivere quando non fortemente protetta da portaerei e velivoli da caccia.

Ma questo non è il momento di distrarsi, la Luftwaffe non ci dà tregua. Purtroppo noi del medio calibro non possiamo fare nulla. E non c’è di peggio di dover stare qui fermi senza poter partecipare alla difesa della nostra Nave ! Perché questi nostri pur ottimi pezzi da 152 mm, sono progettati per il solo tiro navale o al massimo contro aerosiluranti a bassa quota, e non dispongono della elevazione necessaria contro velivoli in alto. Ah!.... Al posto dei nostri 152 e 90, quanto avrei voluto un medio calibro unico da 127 o 132 mm. a doppio impiego contraereo e navale, come hanno gli americani e gli inglesi!.....

Il fuoco a.a. dei nostri 90 è frenetico, incessante: ma gli aggressori volano a grande altezza e sembrano preoccuparsene poco. Infatti, le nuvolette nere di scoppio delle nostre granate paiono tutte a quota inferiore. E allora la difesa sta soprattutto nella pronta manovra, la incolumità affidata alla fortuna. Da lontano vedo il nostro Comandante, Capitano di Vascello Sabato Bottiglieri, dritto sull’ala di plancia, attento a scrutare verso l’alto. Lo assistono sui due lati della nave il Comandante in 2a Capitano di Fregata A. Giovannini ed il 1° Direttore del Tiro, C.F. Bonatti.

Uno dei bimotori Martin “Marauder” di stamane si avvicina e ci supera sul lato dritto, a pochi metri, non più alto della nostra torretta sul mare. E’ di colore verde scuro, di fabbricazione americana ma con insegne inglesi. Passa veloce segnalando verso di noi con proiettorino a luce rossa. Nessuno gli spara contro. Forse vuole avvertirci di un nuovo attacco tedesco. Infatti, verso le 17,00 h, lassù, un velivolo si stacca da un gruppo di tre, per attaccarci da poppa a sinistra. Il nostro puntatore Capo Sandri è sul cielo della torretta ed osserva tranquillo l’aereo, commentandone la manovra. E’ molto coraggioso o soltanto incosciente? Improvvisamente grida:”Questa ci colpisce!” E’ la fine? Rannicchiati insieme, attendiamo senza fiatare. Nuovo sibilo tremendo, altra onda di pressione. Ma stavolta una minacciosa vibrazione, così diversa dalla oscillazione elastica per bomba finita in mare. Siamo stati colpiti, purtroppo Capo Sandri ha visto giusto! (Più tardi sapremo: sul castello a dritta, fra le Torri 1 e 2 grosso calibro. O perché sbandati sotto accostata o per via di un impatto troppo angolato, la bomba è fuoriuscita dalla murata esplodendo in mare anziché nei depositi munizioni. Salva per un pelo, l’”Italia”se la cava con una grossa falla e l’ingresso di ca. 800 t d’acqua, più altre 400 per il ribilanciamento).

Ma non è ancora finita! Un secondo aereo sta per sganciare. Capo Sandri, sempre imperturbabile, annuncia: “Questa ci cade proprio in testa!” Una scossa formidabile e la torretta viene invasa d’acqua attraverso il passo-uomo! Abbiamo appena il tempo di scuoterci, e un terzo bombardiere punta su di noi. I 90 mm sembrano impazziti. Lo vediamo che si ritira, riprova una seconda volta, poi di nuovo vira e rinuncia. Tiriamo fiato, mai ho provato tanto sollievo!......

Il sole sta tramontando e gli attacchi sembrano terminati, ma chi lo sa? Rimaniamo tesi e vigili. Intanto scende lentamente il buio - che può riservare altre insidie ma che almeno porrà fine a questo micidiale tiro al bersaglio. Intirizziti e depressi, lasciamo in silenzio la torretta per spostarci all’APG notturno. Nessuno ha voglia di cenare. Sarà una lunga notte insonne, durante la quale navigheremo a W e poi a S, spesso illuminati da cortine di bengala, celandoci con emissione di nebbia e zigzagando.

La nostra consorella “Roma”giace ormai negli abissi, Sacrario perenne di tutti i suoi Caduti. Il 9 settembre i suoi cannoni hanno tuonato per l’ultima volta. Ma da questo giorno, anche tutti i nostri pezzi non spareranno più sul nemico. Ci attendono l’incontro con gli avversari di ieri al largo delle coste algerine, l’arrivo a Malta, la prosecuzione per Alessandria d’Egitto. Per “Vittorio Veneto” e “Italia”, seguiranno poi ventotto mesi d’internamento ai Laghi Amari. Ed infine, per esse come per le altre corazzate del II Conflitto Mondiale, sia appartenenti alle flotte sconfitte come a quelle vittoriose, non vi sarà che la demolizione.

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