Alfredo Brauzzi - R.N. Vittorio Veneto

Il mio primo imbarco fu la Vittorio Veneto, seconda in ordine di costruzione delle tre navi da battaglia da 35.000 t, orgoglio della Regia Marina. Il mio incarico era quello generico di "Addetto al Comando della IX Divisione Navi da Battaglia", denominazione altisonante che copriva una moltitudine di incarichi di basso livello come poteva competere ad un misero Aspirante Guardiamarina: turni di guardia vari (sempre in sottordine), posto di lavaggio nei locali del IX Reparto (personale della Divisione), servizio nell'Ufficio Cifra, comandate varie.

Comandante della Divisione era l' A.D. Enrico Accorretti, Capo di Stato Maggiore il C.F. Arillo, Sottocapo il C.F. Cosimo Basile, Aiutante di Bandiera il T. V. Quattrone. Comandava la nave il C.V. Corso Pecori Giraldi ( del quale sarei poi stato Aiutante di Bandiera negli anni 1950-1951 quando, con il grado di Ammiraglio di Divisione, comandava la 1° Divisione, prima di essere Sottocapo e poi Capo di Stato Maggiore della Marina). Facevano parte dello Stato Maggiore della nave molti ufficiali tra i più qualificati della Regia Marina.

Con me imbarcarono Carlo Damerini, Gianfranco Legnaioli, Remo Malusardi, Mario Massobrio, Francesco Rallo, Leonardo Sansonetti, Luigi Ziliotto, ed, in agosto, Tullio Gemignani e Ignazio Majolino.

Ci presentammo a bordo in alta uniforme il mattino di lunedì 15 aprile: la nave, dalla mole imponente di grigia fortezza irta di bocche da fuoco, era alla boa in rada alla Spezia, circondata dalle reti antisiluro. La città era sconvolta dal pesante bombardamento appena subito nella notte, bombardamento del quale avevo visto i bagliori dalla vicina cittadina di Levanto, dove avevo trascorso la licenza di fine corso assie­me a mia madre e mia sorella, ivi sfollate da qualche tempo. L'incursione aerea di circa duecento velivoli nemici si era protratta dalle 01.33 alle 02.30: l'imboccatura del porto era stata resa impraticabile da 32 mine lanciate da 8 "Lancaster", mentre sull' Arsenale e sulla città erano state sganciate quasi 500 tonnellate di bombe. L'abitato cittadino e l'attiguo Arsenale erano risultati divisi in due da un ampio solco provocato dalle bombe, cosicchè le comunicazioni tra le due parti risultavano molto difficoltose. D'altronde il viaggio in treno da Levanto alla Spezia (36 Km) aveva occupato l'intera mattinata tanto che potei presentarmi a bordo solo molto dopo l'ora canonica (08.00) alla quale, da sempre, ha inizio la giornata in Marina.

Mi resi conto subito che la vita a bordo della grande nave era privilegiata rispetto a quella di un qualunque altro cittadino: i pericoli erano gli stessi (almeno fino a quando fossimo stati alla fonda), ma eravamo esenti da quei razionamenti di cibo e di altri generi che in quel periodo rendevano così grama la vita degli italiani. I nostri problemi erano quindi quelli di tutti i giovani ufficiali: molta guardia, arresti facili e difficili coabitazioni in quadratino; ma soprattutto poco sonno, anche perchè i frequenti allarmi aerei notturni ci obbligavano a passare lunghe ore sulle bettoline armate di diffusori di cloridrina con i quali si dovevano produrre dense nebbie per occultare la nave.

Ma sabato 5 giugno alle ore 13.45, quella vita monotona e relativamente tranquilla fu bruscamente interrotta: durante un pesante bombardamento aereo di "Liberators", la Vittorio Veneto venne colpita da due bombe che, essendo I' impatto avvenuto fortunatamente fuori dell' area corazzata, traforarono tutto 10 scafo senza scoppiare. Mi trovavo sotto coperta, in trasferimento da poppa, dove ero stato inviato a prendere pubblicazioni classificate, al torrione corazzato, dove avevo il mio posto di combattimento in plancia Ammiraglio; ero precisamente sotto i cannoni a.a. da 90 mm quando la nave ebbe due sussulti accompagnati da orribili rumori; mancò la luce, i corpi lucidi di sudore dei rifornitori dei pezzi caddero I'uno sull' altro mentre si levavano grida di terrore; fui scaraventato violentemente contro una parete e lì rimasi attonito finche, tornata la luce, il rifornimento delle armi riprese sotto I 'incitamento dei sottufficiali addetti e potei allontanarmi incolume. Erano trascorsi solo pochi istanti, ma erano stati sufficienti a farmi capire, in quella brusca presa di contatto, cosa era veramente la guerra.

Dopo qualche giorno la nave si trasferì a Genova, unica base cantieristica dove c' erano bacini in grado di accoglierla per le necessarie riparazioni. Queste durarono un paio di settimane, anche perchè ogni notte il bacino doveva essere allagato per timore di attacchi aerei. Il ritorno alla Spezia fu molto laborioso e venne rinviato più volte, perchè ormai neanche I' Alto Tirreno era al sicuro dall'insidia sottomarina. (Il 9 agosto il caccia Gioberti, destinato a scortarci, era stato silurato appena fuori punta Mesco).

Ormai I' attività delle navi di linea era limitata a qualche breve uscita addestrativa, e noi (promossi il 28 luglio Guardiamarina) venivamo inviati a turno sul naviglio sottile per missioni in guerra. A me toccò imbarcare su un caccia, I 'Oriani, del quale era ufficiale di rotta Giulio de Boccard: scortammo un convoglio, composto da due (!) navi, dalla Spezia a Bastia. Partenza dopo il tramonto, arrivo a Bastia il mattino seguente e sosta nelle ore diurne; quindi ritorno alla Spezia con l'indesiderata illuminazione del golfo da parte di un velivolo bengaliere. Tutto filò liscio ma ricordo lo spiacevole senso di frustrazione che mi procurò il confronto tra le sparute dimensioni del nostro convoglio e quelle macroscopiche dei convogli alleati (allora nemici) di cui venivo a conoscenza decifrando i messaggi di scoperta dei nostri ricognitori in Mediterraneo. La guerra continuava e I' avanzata alleata in Italia anche; scendere a terra e girare per la città semidistrutta e deserta, la città dove avevo passato tutta la mia gioventù, era una pena che cercavo di risparmiarmi il più possibile. Non c'era più nessuno dei miei cari: famiglia, amici, compagni di scuola, tutti erano lontani.... Mio fratello Giovanni, più anziano di me di dodici anni, Capitano di Corvetta, aveva appena ultimato il suo comando su una torpediniera ed era stato inviato in licenza di convalescenza a Milano per curarsi dei disturbi cardiaci provocati dai precedenti anni di guerra; era stato imbarcato sulla Littorio (capo servizio E) guadagnandosi una Medaglia d' Argento nella tremenda notte di Taranto ( 12 novembre 1940) e poi sull' Attilio Regolo, come comandante in 2°, dall'allestimento al tempo del siluramento che troncò la prora; mia madre e mia sorella erano confinate in una casupola sopra Levanto, ma era come se fossero state lontane mille miglia......

Vivevamo quei giorni in attesa dell' ineluttabile, senza porci troppe domande sul futuro che mai come allora vedevamo "nelle mani di Dio" finchè arrivò l'8 settembre. Cosi scrissi nel mio diario di quel tempo:

"L'8 settembre ero d'ispezione nell'Ufficio Cifra lessii numerosi messaggi che erano arrivati nella notte, Il traffico era molto intenso: messaggi di scoperta e messaggi intercettati erano concordi nel segnalare formazioni navali dirette verso la penisola sorrentina, Ischia, Capri. Mezzi da sbarco, navi mercantili e da guerra incrociavano ormai nel golfo di Napoli e, dato anche il bombardamento navale dei due giorni precedenti, era chiaro che uno sbarco nell'area era imminente. Queste notizie, benchè tutti coloro che ne erano a conoscenza fossero tenuti al più rigoroso segreto, si sparsero con velocità fulminea per tutta la nave. Ridda di supposizioni............ Verso le 10.00 il Comando FF.NN.BB. trasmise per radiosegnalatore l'ordine di accendere. Nello stesso tempo sulla ROMA l'Amm. Bergamini tenne rapporto agli Ammiragli e Comandanti. Poi la giornata trascorse per quanto era possibile tranquilla, sempre tra commenti e .supposizioni di quanto si sarebbe fatto nelle prossime ore.

Ma nel primo pomeriggio Roma e Italia dalla Darsena Duca degli Abruzzi furono trasferite con i rimorchiatori alla fonda nel golfo, prendendo posto vicino a noi. Intanto l'approntamento era stato completato: le ostruzioni retali che circondavano lo scafo erano state tolte, i viveri erano al completo, i rimorchiatori erano pronti sottobordo.

Alle 15 l'A.d.B. mi disse di preparare tutte le carte nautiche per la navigazione dalla Spezia a Napoli e ad altro ufficiale (dal nome di origine armena Ghiragossian) chiese anche le carte della Sardegna e il piano della Maddalena. Semplice intuizione oppure era già noto che la nostra destinazione sarebbe stata quella base nel Nord della Sardegna ?

Alle 19,30 il trombettiere suona come sempre il segnale della mensa della guardia, Alle 19.50 sentiamo provenire da prora un vociare confuso e dagli oblò del quadrato vediamo un gran numero di marinai correre verso poppa saltando, urlando ed abbracciandosi.,.,."Sparavano in alto in segno di giubilo le mitragliere di alcune navi in rada e di batterie a terra, fischiavano le sirene dei rimorchiatori.......La radio aveva annunciato l'armistizio.

A quell'annuncio anch'io mi sentii allargare il cuore: ma non era gioia la mia e quella di molti altri; solo un senso spontaneo e incosciente di benessere che svaniva immediatamente al pensiero delle sicure terribili conseguenze. La guerra sarebbe continuata nelle nostre città, con raddoppiate stragi e dolori .

Ristabilito l'ordine (ma sul Vittorio Veneto tutto si limitò a poche urla ed a qualche colpo isolato di mitragliera), ricevuto dall 'Amm. Accorretti, venne a bordo il Comandante in Capo A.S. Carlo Bergamini: questa visita illustre era dovuta al fatto che la nostra nave era l'unica ad essere ancora collegata per telefono e telearmonica con il Ministero della Marina a Roma. Tre volte il Ministro chiamò l'Ammiraglio; da Genova chiese istruzioni l'A.D. Biancheri, Comandante dell'VIII Divisione; poi fu diramato il seguente messaggio: "A tutte le unità dipendenti da CC.FF.NN.BB. ­Riunione Ammiragli e Comandanti at ore 21,30 su Nave Vittorio Veneto ripeto:Vittorio Veneto ". Fui io a cifrare e sopracifrare il messaggio e mi andò bene che non commisi alcun errore, come temevo, in quanto alcune navi chiesero più volte la ripe­tizione del messaggio forse meravigliandosi che la nave indicata per I' incontro non fosse la Roma.

La storica riunione, nella quale l'Amm. Bergamini chiese ai Comandanti di obbedire agli ordini del Re, ebbe termine alle ore 01 .00 del  9 settembre; un 'ora dopo fu battuto il posto di manovra ed alle 03.00 le tre navi da battaglia, precedute dagli incrociatori della VII Divisione (Eugenio di Savoia, Montecuccoli, Attilio Regolo) e dai CC. TT. della XII Squadriglia (Mitragliere, Fuciliere, Carabiniere, Velite e della XIV Squadriglia (Legionario, Oriani, Artigliere, Grecale) passarono le ostruzioni dirette verso la Sardegna. Intanto su tutte le onde radio Supermarina aveva confermato la cessazione delle ostilità e fatto conoscere il segnale convenzionale per le navi che consisteva in un pennello nero in testa d'albero e due cerchi neri in coperta. Qualunque messaggio cifrato proveniente dal Centro, per essere considerato autentico doveva contenere la parola convenzionale " Milano ".

Nelle prime ore del mattino (06.30) avvenne il congiungimento con la formazione navale proveniente da Genova compocst dalla VIII Div. incrociatori (Duca degli Abruzzi, Garibaldi, Duca d'Aosta) e dalla torpediniera Libra e tutto il dispositivo navale continuò regolarmente la navigazione, durante la quale venne avvistato solo un ricognitore di nazionalità non identificata, fino alle ore 14.42 quando il Comando FF.NN.BB. impartì I' ordine "Invertite la rotta ad un tempo ". Il messaggio ci riempì lì per lì di stupore: che significato aveva fare evoluzioni in un simile momento ? Ricordo che subito dopo ricevemmo un altro messaggio che chiariva la situazione: "Marina La Maddalena sopraffatta dai tedeschi".

Poi non ci fu più tempo per chiedersi dove saremmo andati a finire; perche dovemmo pensare a difenderci dagli attacchi di aerei tedeschi che usavano per la prima volta armi con propulsione a razzo. Quello che accadde dopo è ben noto a tutti ed è opportuno che ne parlino gli Squali che furono direttamente coinvolti nell' Armageddon. I cannoni antiaerei sparavano a ritmo forsennato punteggiando il cielo di nuvolette bianche. La Vittorio Veneto, lanciata alla massima velocità, sotto la guida esperta del Comandante Pecori, che impartiva ordini calmo e tranquillo da un' aletta della plancia comando, evoluiva come una motosilurante. lo, nella sala nautica della sovrastante plancia Ammiraglio, con il cuore in gola, mi sforzavo di mettere sulla carta tutte le accostate di quella pazza navigazione. Ma, a tratti, dalle feritoie del torrione scorgevo I' enorme nuvola di fumo nero che si alzava sul punto dell' affondamento della Roma: in quella nube di morte vedevo avvolti tutti gli Squali che vi erano imbarcati, non potendo sapere chi avesse potuto sopravvivere a tale disastro, e mi sentivo affranto.

La Vittorio Veneto uscì indenne da quegli attacchi e proseguì la navigazione con la forza navale verso Bona dove giungemmo nelle prime ore del 10 settembre sotto la scorta di aerei inglesi. Ormai la tensione provocata dalla primordiale necessità di difenderci dagli attacchi mortali del nuovo nemico si andava stemperando lasciando spazio a nuove sensazioni non certo piacevoli: la preoccupazione per le nostre famiglie lontane delle quali non avevamo più notizie, la delusione cocente di essere degli sconfitti con le inevitabili umiliazioni che ne conseguivano, l'incognita del futuro prossimo e lontano per noi e per la nostra Patria, il fallimento di

 una vita intrapresa con tanto entusiasmo e il timore di essere completamente inutili......

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