Mario Bianco e Marco Varrone

Dal libro di Andrea Amici

Un Pomeriggio di settembre

De Ferrari, 2006

Marco Varrone (a sinistra) e Mario Bianco, telemetristi, al momento dell'attacco si trovavano nella torretta telemetri dei 90mm di dritta

Nel frattempo, Marco è appena uscito dal forno e salite le scalette esterne del torrione, si trova a fianco dell’ingresso laterale della torretta telemetri dei 90 mm, con in mano due panini. Oggi ha anticipato un poco il consueto appuntamento con il suo amico, data la giornata molto dura.

Mario, che pur essendo in guardia franca non può abbandonare i paraggi della centralina della direzione tiro, rimane così un po’ indeciso se rimandare a dopo l’intervallo o spostarsi un istante dalla vista di tutti, defilandosi con Marco per fare lo spuntino. Non può allontanarsi troppo, il gruppo di aerei è ancora per il momento molto distante, ma non si sa ancora nulla di loro, chi siano e dove stiano andando. Decide con Marco di mettersi dietro il torrione, sul livello appena inferiore della plancia comando. Per lui è sufficiente scendere la scaletta di due metri della sua torretta dell’A.P.G. dei 90 mm per portarsi sulla tuga.

Sono le 15 e 15, riesce appena a prendere in mano il panino che l’amico gli porge, che la Rete Ordini Generali suona l’allarme aereo, pezzi pronti al fuoco: ormai è quasi certo che si tratta di aerei in avvicinamento sulla flotta italiana e le loro intenzioni sono facilmente immaginabili per tutti. L’indecisione di Mario dura lo spazio di pochi istanti: afferra Marco per un braccio e lo trascina per la plancia, fin davanti l’ingresso della Segreteria Tecnica delle Armi, sotto la plancia comando: “Stai qui fino a quando non te lo dico io, se dovesse succedere qualcosa di brutto, entra e chiuditi dentro. Ora vado un attimo a vedere cosa succede, ti faccio sapere al più presto. Questa volta si fa sul serio!”.

La Segreteria Tecnica delle Armi è un locale abbastanza grande, a forma irregolare, con un lato convesso. E’ una specie di archivio tecnico di tutte le documentazioni tecniche delle armi navali di bordo, con un entrata a dritta e una a sinistra. La visibilità all’esterno è praticamente nulla, ma la protezione è abbastanza buona.

Marco ha totale fiducia in Mario, la sua esperienza su navi come questa è indiscutibile. E se Mario dice che i pericoli sono tutt’altro che lievi, c’è da fidarsi. Infatti rimane quasi allibito da questa sua preoccupazione e dentro la segreteria ci sono altri ufficiali che stanno uscendo di fretta per recarsi ai loro rispettivi posti di combattimento. Mario corre via insieme a loro e sale le scalette che lo portano all’interno della torretta girevole dei telemetri, insieme al T.V. Agostino Incisa della Rocchetta, il Direttore di Tiro delle batterie da 90mm di sinistra. Per Marco non ci sono problemi a rimanere lì in quella zona, perchè Mario gode di particolare fiducia ed amicizia con molti ufficiali. Essere suoi amici in questo momento può essere prezioso.

Marco è spaventato ma incuriosito mentre osserva Mario fermarsi un attimo al piccolo telemetro di punteria notturno, montato cinque o sei metri a poppavia della base della torretta di direzione tiro e delle piccole garitte girevoli delle vedette. Ogni informazione sugli avvistamenti passa per forza da questa zona. Mario controlla il buon funzionamento del telemetro, perché potrebbe essere utilizzato anche per il tiro diurno, in caso di emergenza, mentre il suo amico lo sta osservando dall’alto con ammirazione, per la sua precisione e la sua professionalità. Poi Mario sale la scaletta ed entra dentro al pesante portello della torretta, mentre Marco rimane appoggiato alla porta d’ingresso corazzata della segreteria, guardando l’orizzonte. Lo stormo di aerei si sta avvicinando, riesce ad ascoltare tutti i commenti delle vedette al livello più basso e degli ufficiali che sono sulla plancia comando, due metri sopra di lui. Per un minuto rimane anche il Comandante Adone Del Cima fuori sull’aletta della plancia esterna. Nessuno sta capendo nulla con precisione, lo si sente dalle varie ipotesi che ognuno sta dicendo, anche se le armi antiaeree da 90, 37 e 20 mm sono pronte a far fuoco da un istante all’altro.

Pensa che forse dovrebbe tornare giù nel forno, ma dato che non è un servizio vitale, preferisce stare vicino ad un posto sicuro, come l’interno del torrione corazzato. Sulla Nave sta notando che tra il personale in guardia franca, c’è chi si sta portando all’interno e chi invece sta tranquillamente guardandosi intorno. Ad un tratto sente chiaramente una voce: “Sono tedeschi, sono aerei tedeschi!”.

Marco non sa se sia peggio che le vedette abbiano avvisato che gli aerei sono inglesi o americani. Ormai non c’è più alcun dubbio: la Flotta Italiana sta per essere attaccata dai suoi alleati di neanche ventiquattrore prima!

Nonostante la velocità della Nave, il sibilo delle turbine e il fischio del grecale nel sartiame[i], il rombo dei ventidue potenti motori BMW a quattordici cilindri montati sui bombardieri Dornier[ii] in avvicinamento inizia a mettere i brividi. Non occorre essere dei militari, anche un bimbo ha già provato il terrore che infonde una formazione di bombardieri in avvicinamento. Sappiamo tutti distinguere un innocuo ricognitore da un aereo da attacco quando è a tre miglia di distanza.

La squadriglia di bombardieri arriva e da lontano fa una rapida ricognizione sulla Flotta. Possono stare ben distanti, data l’ottima visibilità. Fossimo di notte o fosse nuvolo, sarebbe molto più difficile attaccarci.

Sono quasi le 15 e 30. Passano ancora un paio di minuti nei quali, per smaltire il nervosismo, Marco divora in due bocconi anche il brunoso di Mario, che gli è rimasto in mano. Ora gli aerei stanno tornando, il loro comandante avrà ordinato con precisione ad ogni pilota cosa fare, gli sono bastati dieci minuti a scegliere il loro bersaglio preferito. Mentre gli apparecchi stanno arrivando da poppa, vede un capo pezzo dei 37 mm sulla plancia mitraglie parlare ad un telefono. E’ sicuramente l’imminenza di un’azione, perché nota le torrette dei 90 mm che sono tutte brandeggiate ad alzo massimo, orientate nello stesso punto di mira, verso gli aerei. Ad ogni movimento dello scafo, di beccheggio e di rollio, ne segue uno simultaneo di tutte le torrette da 90 mm e delle torrette dei telemetri. Fa parte di un sofisticato e preciso sistema di bilanciamento delle piattaforme dei cannoni, che serve appunto a rendere perfette le misurazioni telemetriche che guidano automaticamente i tiri, come se ci si trovasse sulla terraferma. Le piattaforme corazzate delle torrette da 90 mm si innestano dentro le loro barbette profonde poco più di quattro metri e mezzo, ma al contrario dei grossi e medi calibri, il loro diametro è inferiore a quello della barbetta. L’impermeabilità all’acqua nelle virole in questi punti è garantita da cuffie in tela cerata che assomigliano a gonnellini di ballerine, mentre i cannoni sembrano gli archetti dei violini in un’orchestra, pronti a suonare ad un cenno della bacchetta del direttore. Gli uomini sono tutti ai posti di combattimento, sente le portellerie corazzate sopra il torrione che vengono chiuse rumorosamente.

Nel momento in cui Marco guarda gli aerei, nota che lo stormo si è diviso dalla classica formazione a freccia. Ogni velivolo sta volando distante dagli altri, in cerchio come aquile, quando all’improvviso sente chiaramente la voce di una vedetta, pronunciare la frase che più ha temuto: “Hanno sganciato qualcosa, sembra un segnale!”.

La drammatica corrida ha avuto inizio. I piccoli temerari toreri volanti, nelle loro carlinghe, hanno iniziato la loro danza, sfidando la morte, mentre i colpi dell’antiaerea stanno per scandire il ritmo delle nacchere nell’arena. La corrida, uno spettacolo mortale per uno dei due avversari. O forse per entrambi. Chi vincerà? Il piccolo torero, armato del suo coraggio e della gloria, o il gigantesco toro che è solo contro tutti, spinto solo dalla sua disperazione? Comunque andrà a finire nell’arena ci sarà del sangue, al pubblico non importa di chi!

In pochi istanti le voci si susseguono, sembrano tutti convinti che l’aereo abbia fatto un segnale luminoso o qualcosa di simile. Sulla Roma non ci è ancora accorti completamente con chi e con cosa si ha a che fare.  Sono le 15 e 37 quando ad occhio nudo si nota un oggetto, neppure troppo piccolo, cadere in mare a prora della Roma. Subito dopo una colonna d’acqua alta una trentina di metri si alza a pochi metri a poppa della gemella Italia. E’il panico, perché solo in quell’istante tutti gli equipaggi si rendono conto che si è sotto un attacco aereo e che i velivoli sembrano non temere affatto la reazione antiaerea dell’ intera Flotta.

Infatti, le armi antiaeree dell’intera formazione navale aprono il fuoco e dalla confusione molti non si accorgono che la Flotta ha iniziato a procedere a zig-zag a gran velocità. Durante una di queste accostate la Roma punta per qualche minuto pericolosamente verso l’Italia, che sta facendo la stessa manovra di accostata. Nessuno è ancora riuscito a capire che l’ex-Littorio ha i timoni in avaria bloccati in massima angolazione per l’esplosione della bomba in acqua. I segnalatori stanno facendo un lavoro superbo alzando ed ammainando i segnali a riva, mentre le vedette continuano a fornire il rapporto del loro lavoro in modo impeccabile.

Marco si rifugia nella segreteria, chiudendo il pesante portello dietro di sé, boccheggiando per la tensione. Nel momento in cui sta girando il chiavistello che blocca la porta, una fortissima esplosione scuote la Nave come un fuscello. Marco subisce un scrollone così forte che gli fa prendere una violenta testata contro il bordo del tavolo di carteggio. Rimane per qualche momento stordito e quando si riprende, sdraiato sul pavimento d’acciaio, sente solo dietro la nuca una sensazione di caldo umido. Si rialza ma ha l’impressione di non avere il senso dell’equilibrio, almeno per come gli si presenta la scena: è mancata la luce, ne filtra un po’ dalla porta lasciata appena socchiusa. Gli oggetti iniziano a rotolare verso dritta e dentro gli scaffali, tutti i libri e i documenti si inclinano senza tornare al loro posto. Per un momento crede che la Nave stia facendo un’accostata in velocità, ma si avvicina alla porta e appena mette fuori la testa nota uno strano via vai di gente e lo scafo che si sta lentamente inclinando verso dritta. Il torero ha piantato la prima banderilla nel dorso del toro e il suo sangue sta già sporcando l’arena.

Le armi antiaeree da 90 mm hanno già smesso di sparare, mentre si gira verso la torretta di Mario, nota che è rimasta ferma immobile, leggermente inclinata anch’essa. Probabilmente si è danneggiato il sistema di stabilizzazione. Intanto, si massaggia dietro la testa e guardandosi la mano, si accorge che è tutta sporca di sangue. La robusta porticina della torretta si apre, escono un paio di persone, Mario è il secondo ad uscire. Si consultano un poco con il Marchese Incisa della Rocchetta, guardando il danno che la bomba ha provocato, verso poppa, da dove esce solo un po’ di fumo. Ma, mentre il Tenente di Vascello Incisa della Rocchetta ordina di andare a prendere le misure telemetriche sull’impianto di emergenza posto sull’albero di poppa[iii], nello stesso momento torna la corrente elettrica e il gruppo rimane un momento confuso, mentre la velocità della Nave è diminuita notevolmente.

Intanto molta gente sta radunandosi dalla parti del torrione, con la speranza di carpire qualche informazione sulla situazione, che nessuno ha ancora capito se è veramente grave o se si tratta di qualcosa di risolvibile. In effetti, l’inclinazione pare arrestatasi e comunque la velocità, anche se ridotta, sembra garantita. Si è ancora in grado di combattere ed infatti le postazioni antiaeree ancora efficienti stanno per aprire il fuoco. Passa ancora qualche minuto, quando Mario ordina nuovamente a Marco di chiudersi nella segreteria.

Gli aerei sono di nuovo sulla verticale della Nave anche se ora non possono più contare sull’effetto sorpresa, infatti si è ormai certissimi quali siano le loro intenzioni. Mario sta per recarsi al telemetro di poppa, quando il Dornier 217 KII  pilotato dal sergente Kurt Steinborn rallenta la velocità al minimo portandosi ad oltre 5500 metri di altezza, praticamente sulla verticale della Roma. Il suo collega, sergente Eugene Degan, ha inquadrato la Nave nel suo reticolo di mira dell’apparecchiatura di punteria. La loro concentrazione è massima, le salve a tempo dei 90 mm esplodono nel cielo diverse centinaia di metri sotto la loro carlinga, ma si sono addestrati per mesi anche per non temere queste insidie. I traccianti delle raffiche dei 37 mm, anche se precisissime, li fanno semplicemente sorridere. La Nave appare loro ad occhio nudo grande poco più di un centimetro, sembra piccolissima. Ma il loro occhio esperto e superaddestrato non ha alcuna difficoltà a capire che è ferita, anche se non a morte. Riconoscerla non gli è difficile: è l’ultima delle tre, è stata lasciata sola, procede lentamente rispetto a tutta la Flotta e dall’alto la sua figura è facilmente distinguibile dalla sue due gemelle che la precedono. Da quella altitudine appaiono facilmente le differenze: l’area prodiera coperta dalle striature bianche e rosse è sulla Roma molto più grande che sull’ Italia, mentre il ponte della Vittorio Veneto è colorato in grigio scuro[iv], che  non ha neppure un graffio ed è già qualche miglio avanti. L’ Italia ha riparato i piccoli danni ai timoni e si è allontanata anch’essa accostando a sinistra. La Roma, dopo un’accostata a sinistra, vira a dritta puntando verso nord, fino a restare sola. Nessun dubbio quindi che la Roma sia l’obiettivo più facile.

Gli altri aerei si sono allontanati e i tre aviatori germanici sono rimasti soli a pensare al momento giusto. La Nave sta per iniziare un’ accostata verso sinistra, con l’ingenua convinzione di poter sfuggire ad un altro pericolo che la sta sovrastando. Ed infatti, Steimborn individua il momento che anticipa l’accostata come il più propizio e preme il pulsante di sgancio dell’FX 1400 del peso di quasi millecinquecento chilogrammi. Il torero ha appena affondato la sciabola che arriverà nel cuore del suo avversario, gurdandandosi negli occhi.

Nel momento in cui la bomba inizia la sua caduta, un sistema di razzi-fumogeni si accende nella sua coda ed essa comincia a cadere verso il toro d’acciaio che sta navigando a sedici nodi sotto di lei. Degan ha ricevuto la notifica dello sgancio e una manciata di secondi più tardi, la bomba appare nel suo campo visivo, mentre il suo aereo sta lentamente attraversando la verticale della Nave spostandosi verso prora leggermente a sinistra. Mentre la Roma sta compiendo un’accostata di oltre 90° a sinistra, il puntatore inizia a correggere la caduta dell’ordigno con la leva di controllo che ha istallato accanto all’oculare di puntamento nel suo abitacolo. Intanto la macchina fotografica che hanno montato sulla pancia del Dornier ha già iniziato a scattare le immagini che testimonieranno al loro rientro l’esito della missione.

Sono momenti lunghissimi, la bomba è un puntino nero con un bagliore rossastro, dietro di sé lascia una piccola scia come una meteora. In molti la stanno seguendo con i binocoli e le vedette non si scompongono, continuano tutti ad espletare il loro lavoro in maniera eccellente. Ma ormai sanno che è praticamente impossibile sfuggirle, sebbene sperano tutti che possa sbagliare centro. In fondo è già successo pochi minuti prima. 

Mario è già all’altezza del fumaiolo poppiero, per correre verso la stazione di comando d’emergenza sull’albero di poppa. Si ferma un attimo, perché sente chiaramente le vedette gridare che è stata sganciata un’alta bomba, mentre tutti i marinai franchi stanno già gridando e correndo in cerca di un riparo corazzato. Le mitragliere da 37mm continuano a sparare senza sosta. Riflette e intuisce che ha pochissimi istanti per raggiungere Marco, tornando sui suoi passi verso il torrione.

Marco intanto è alla battagliola a poppavia della Segreteria Tecnica Artiglieria. Si sta tamponando la ferita alla testa con il fazzoletto ed è quasi tentato di scendere a farsi medicare nell’ospedale di combattimento di prora, nei pressi della virola della torre di grosso calibro uno. Ma vorrebbe prima avvertire Mario del suo intento. Con lo sguardo sta cercando il suo amico in mezzo alla confusione, lo vede mentre è sotto all’altezza del forno che sta  correndo verso di lui. Nello stesso istante un assordante miagolio termina con un urto sullo scafo[v]. Marco, per sua fortuna, in quel momento si trova coperto dall’imponente struttura del torrione. Si porta verso prora e si sporge un attimo dalla battagliola della plancia, per vedere dove è caduta la seconda bomba. Non si accorge che pochi metri più in basso sta per succedere qualcosa di apocalittico. Si gira e si porta verso poppa per vedere se scorge Mario. Passano così circa quindici secondi da quando è caduta la bomba a quando è già tornato sui suoi passi. E’ già verso dritta alle spalle del torrione, quando una terrificante fiammata si alza tra il torrione stesso e la torre di grosso calibro due: è iniziata la gigantesca deflagrazione dei depositi di munizioni dei grossi e dei medi calibri! Un’inaudita ondata di energia incandescente lo investe alle spalle e lo getta giù dalla battagliola, facendolo cadere sulla tuga a fianco dell’ingresso officina del mastro d’ascia, mentre intorno tutto inizia a bruciare con una velocità impressionante. Un rombo devastante e prolungato fa vibrare le lamiere come fossero cartoncini.

Resta pochi istanti paralizzato dall’evento e teme che sia giunta la fine della sua vita.  Si potrebbe salvare solo se riuscisse a vincere lo stato di shock che lo inchioda sdraiato sulle lamiere della tuga. Proprio il senso di improvviso calore, che percepisce sul suo corpo quasi senza sensi, lo obbliga a scattare in piedi e cercare di fuggire verso poppa. Nel momento in cui cerca di alzarsi, poggia le mani sul metallo che sta diventando incandescente a vista d’occhio. Fortunatamente indossa ancora gli zoccoli, che non ha perso perché una fibbia elastica li chiudeva dietro la caviglia e mentre riesce a distinguere il rumore della carne viva delle mani che si sta cuocendo sull’acciaio rovente, la suola di sughero degli zoccoli inizia ad incendiarsi. Per un attimo pensa che stia per arrostire vivo come su una graticola, ma la forza di vivere gli fa fare un balzo verso poppa, nella direzione della scaletta di dritta che lo porta ai ponti inferiori, verso il forno.

Nello stesso istante Mario, che si è appena ripreso dal gigantesco spostamento d’aria, lo vede scendere dalla scaletta in condizioni pietose. Gli si butta incontro e lo prende quasi al volo: “Vieni Marcuccio, vieni via da lì!”. Lo prende letteralmente di peso, togliendogli di dosso la maglietta e il salvagente che stanno prendendo fuoco.

“Brucio Mario, brucio tutto, portami via da qui!”. Sono le uniche parole che gli escono dalla bocca quasi svenendo dal dolore, mentre Mario si è già tolto il salvagente e glielo sta indossando con tutte le cure. Tutto intorno a loro è l’inferno.

“Perché ti togli il salvagente, come fai a salvarti tu?”. Domanda quasi rantolando Marco.

La burberità di Mario esplode: “Non ti preoccupare di me, hai capito? Stai zitto e fai quello che ti dico!”.

Se lo carica sulla schiena e lo porta verso poppa, perché il suo amico non ha più la forza di camminare, avendo i piedi già completamente ustionati. Alle loro spalle il torrione è ormai avvolto dalle fiamme e dal fumo nerissimo come una fiaccola. Sta piovendo roba da tutte le parti, come una gigantesca fontana che al posto dell’acqua getta in aria rottami metallici. Il fumaiolo di prora si sta grottescamente afflosciando dentro la tuga. Si ha la sensazione che l’acciaio sia diventato cera. Ci sono già morti ovunque mentre si assiste inorriditi a gente che sta uscendo dai boccaporti e dai portelli della tuga in condizioni indescrivibili. Uomini con i corpi in fiamme che camminano! Alcuni di loro hanno ancora pochi istanti di vita e cercano aiuto abbracciando il compagno che gli è accanto, anch’egli in fiamme. Sono ormai torce umane senza vista che camminano a tentoni sbattendo ed inciampando ovunque, come una moscacieca dal finale drammatico. Sono già morti, ma sono ancora vivi!

L’orrore che provoca assistere impotenti a queste scene ed udire le loro urla disperate paralizza anche chi, come Mario, è fortunatamente illeso. Nel scendere le scalette con Marco sulla schiena scavalca dei corpi di marinai che giacciono sui gradini. Di questi poveri ragazzi è rimasta la loro forma umana color marrone, senza più viso, orecchie e capelli. La pelle è lucida e fuma ancora mentre dei vestiti non sono rimasti che pochi brandelli. L’ odore che emanano questi resti carbonizzati è stomachevole.

I due amici riescono comunque ad allontanarsi dall’incendio. Mario fa sedere un attimo Marco non molto distante dal punto in cui è caduta la prima bomba, a dritta, dove il ponte d’acciaio, spesso circa 20 cm, è tutto ondulato per la deformazione dell’esplosione. “Aspettami qui, io torno un momento verso prora per capire cosa sta succedendo!”.

Dice Mario. Marco non fa in tempo a ribattere che l’amico è già partito di corsa verso prora.

Mentre avanza, Mario si rende conto che la temperatura è in continuo aumento. L’odore di polveri bruciate e di vernice combusta è soffocante, un odore acre che paralizza il respiro. Cerca così di farsi un filtro mettendosi davanti alla bocca il colletto della casacca. Dalle parti del fumaiolo escono getti di vapore e le munizioni dei 37 e 20 mm stanno iniziando a scoppiare, dilaniando senza scampo tutti coloro che si trovano sulle traiettorie dei proiettili e delle schegge. Si ferma, mentre vede arrivare davanti a sé un uomo letteralmente in fiamme. “Mario, Mario! Aiutami tu Mario, sto morendo!”. L’uomo gli cade ai piedi senza proferire più parola. Mario rimane un attimo impietrito dall’orrore. Poi prova a rigirarlo, ma è irriconoscibile, completamente sfigurato. Rimarrà un mistero chi sia stato quell’uomo che lo ha chiamato per nome. Intanto un altro essere umano avanza verso la poppa con lo sguardo perso nel vuoto. E’ quasi completamente nudo, i suoi vestiti gli si sono polverizzati addosso. La pelle della sua schiena è ridotta ad un macabro mantello di carne bruciata che ballonzola fin sulle natiche. Non dice nulla, forse ha capito lui stesso che è prossimo a finire nelle mani dell’Eternità.

Resta per quasi un minuto bloccato dall’emozione, mentre altri fuochisti, che stanno uscendo da sottocastello, stanno bruciando vivi. Alcuni si abbracciano per cercare di aiutarsi e confortarsi a vicenda, ma dopo pochi istanti cadono sul ponte morendo contorcendosi dal dolore. Gli resta impressa anche una scena molto strana: vede qualcuno sfigurato dalle ustioni al viso ad alle mani, appoggiare le mani ed i piedi alle lamiere e alle battagliole rosse incandescenti, senza sentire più alcun dolore. E’ l’ultimo stadio dell’ustione, quello nel quale il dolore non si sente più, perché le ustioni hanno distrutto le terminazioni nervose. Poco dopo per loro sopraggiungerà la morte!

Intanto la Nave si sta inclinando sempre di più verso dritta, gli oggetti sparsi ovunque iniziano a scivolare e a ribaltarsi. In tutto questo caos, Mario nota ancora qualcuno che riesce a camminare nei dintorni del torrione, cercando di aprire i pesanti portelli della plancia comando[vi]. Ma il suo istinto di marinaio non lo inganna: per la Roma non c’è più nulla da fare! L’unica cosa possibile è cercare di salvare la pelle e aiutare chi è possibile salvare.

Torna subito indietro, non ha neppure un graffio, quando vede un marinaio colpito alla testa da una scheggia. Prova a soccorrerlo, ma si dissangua in un attimo. Pochi metri dopo trova Marco nello stesso punto in cui lo ha lasciato, in mezzo al motoscafo di sei metri ed alla scialuppa da dodici, che si sono staccate dalle invasature. Appena lo raggiunge nota subito la gioia negli occhi del suo amico ferito: “Marco, devi prepararti a buttarti in acqua, la Nave sta per andare a fondo, non c’è molto tempo!”.

“Va bene Mario, ma prima guarda cosa ho trovato!”. Marco è appoggiato alla tuga delle cucine, a ridosso delle torrette dei 90 mm. Per pura fortuna si trova tra le mani un pezzo inferiore di un salvagente, sporco di tutto un po’, forse anche di sangue, ma ancora utile: ”Tieni, amico mio! E’ per te!”. Ma quel pezzo non terrebbe a galla un bambino, figuriamoci un uomo alto un metro e ottanta come Varrone. Mario non perde tempo, prende Marco e lo trascina verso poppa dove sembra che la situazione sia un po’ più gestibile.

Intanto l’acqua sta salendo veloce sulla murata di dritta, tra pochissimi minuti sommergerà il trincarino e non ci sarà più nulla da fare. Mario questo lo capisce subito e prende di peso Marco e insieme si tuffano nel mare, facendo un tuffo nell’acqua già coperta dalla nafta e dall’olio che sta uscendo dalle casse nella carena squarciata dalla prima bomba. “Andiamo lontano Marcuccio, stammi attaccato perché qui sta per andare a fondo tutto!”.

Marco non dice nulla, annaspa come può costipato nel salvagente gonfio al massimo. Anche se ferito, nuota sul dorso aiutando Mario che lo sta trascinando per il salvagente. Lui sta nuotando senza, non si è fatto alcuno scrupolo di buttarsi subito pur di salvare il suo amico.

Ormai sono già a cinquanta metri dalla Nave, che lentamente si sta inclinando sempre di più. “Due minuti e verrà giù!” dice Mario nuotando. Marco non dice nulla, ma le piaghe sulle mani e sui piedi gli bruciano da impazzire, anche perché intorno alla Nave ci sono almeno due centimetri di nafta e olio sulla superficie, che sulle ferite provocano un ulteriore dolore. Riescono ad allontanarsi ancora di qualche metro e notano a galla davanti a loro bruciare quattro o cinque salvagente. Mario fa uno scatto e con poche bracciate riesce a trovarne uno ancora sano. Lo indossa, abbandonando quel brandello che teneva tra le gambe, lo gonfia e ritorna indietro da Marco che non è praticamente in grado di nuotare.

Intanto dalla Nave si stanno buttando praticamente tutti. Se ne sono fatti una ragione: la Roma affonda! 

Mentre la Nave si sta spaccando in due, il Cacciatorpediniere Mitragliere si sta dirigendo dritto verso di loro.

La manovra che esegue è perfetta. Il Comandante Marini, che comanda l’Unità, si mette sopravento a loro e fa scadere la Nave sul gruppo di naufraghi. Mario fa segno che c’è un ferito; gli tirano una cima con un sacchetto[vii], che riesce ad agguantare facilmente. Fa passare un paio di giri nelle mani e si fa tirare su di peso. L’unico problema è che sono a prora, sul mascone, nel punto più alto delle murate. Una volta a bordo Mario non perde tempo: “Il mio amico sotto è ferito alle mani e ai piedi, bisogna tirarlo su per le ascelle, facendo un asola con una cima!”.

Lui stesso fa una grossa gassa d’amante alla stessa cima con il quale lo hanno tirato su. La gettano verso Marco che fortunatamente riesce ad infilarsela senza molte difficoltà e con qualche sforzo riescono ad issarlo su.

Sono i primi due naufraghi della Roma ad essere recuperati dal Cacciatorpediniere Mitragliere. Questo particolare è provvidenziale per Marco, perché l’infermeria di bordo è ancora ben fornita di bende, disinfettante, pomate e di una speciale carta oleata per le ustioni. Se fosse arrivato giusto un’ora dopo si sarebbe accontentato di medicazioni di fortuna, che probabilmente avrebbero anche aggravato la sua situazione.

Mentre stanno tirando su Marco, il Comandante Marini sta osservando dalla plancia con i binocoli verso prora. Con grande gioia riconosce il primo naufrago recuperato: è il suo amico Mario Varrone.


 

[i] Su queste navi era formato dalle sagole per alzare i segnali e dai cavi delle antenne riceventi degli impianti di radiocomunicazione.

[ii] Modernissimi bombardieri bimotori, spinti da due propulsori BMW  801D da 1580 CV. Erano in grado di raggiungere facilmente la quota di 6.000 metri ad una velocità di 515 km/h. Tre uomini d’equipaggio: un pilota, un puntatore ed un meccanico. Erano armati di tre mitragliatrici da 12,7 mm. Il modello utilizzato nell’attacco sulla flotta italiana era il 217 KII, con la superficie alare maggiorata, per sopportare il peso di ben due dei pesanti ordigni. Il 9 settembre 1943 pare accertato però che ognuno di loro portasse una sola bomba denominata FX 1400, la bomba perforante teleguidata a traiettoria variabile mediante impulsi radio.

[iii] Nello stesso impianto era presente anche una stazione d’emergenza per il governo della Nave.

[iv] Vedi nota n° 56.

[v] Anche la seconda bomba penetrò nei ponti corazzati della Roma con traiettoria angolata, perché la Roma stava compiendo un’accostata in velocità di oltre 90° a sinistra, variando, per via della forza centrifuga, il suo assetto di navigazione, spostandolo a dritta. In teoria, non è escluso che i danni avrebbero potuto essere diversi se la bomba fosse penetrata perpendicolarmente al ponte di castello, situazione che si sarebbe verificata se non si fosse accostato a sinistra, mantenendo la rotta invariata. La Corazzata Italia invece si salvò per questo motivo: pochi minuti dopo aver affondato la Roma, alle 16.15, gli aerei tedeschi colpirono anche l’Italia, che stava compiendo, per sfuggire alla bomba sganciata dall’aereo, un’accostata a sinistra. La bomba attraversò il ponte di castello vicino al trincarino sul lato dritto, tra la torre uno e la torre due, uscì dalla murata sotto il cavallino ed esplose in mare sotto la superficie, causando danni non letali all’opera viva. Se fosse penetrata verticalmente o con traiettoria inclinata in senso opposto, probabilmente sarebbe esplosa nei depositi munizioni dei grossi calibri di prora, facendo compiere la stessa tragica fine della sua gemella.

[vi] Fu probabilmente il T.V. Incisa della Rocchetta, ma Mario non lo riconobbe perché già sfigurato dalle ustioni ed annerito dalla fuliggine dell’incendio. L’altro componente dell’equipaggio che si salvò dalle zone del torrione incendiato è stato il Capo Segnalatore Gino Battaglini, anch’egli rimasto gravemente ustionato e ferito.

[vii] Ci sono diversi tipi di sacchetti, a volte detti palloni. Alcuni sono semplicemente formati dal nodo apposito che crea il peso per facilitare il lancio. Altre volte, specie per gli ormeggi in banchina, vengono usati sacchetti che all’interno del nodo hanno un nucleo di pece e piombo, per poterli lanciare più distanti.

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