L'affondamento

  Di Gino Battaglini

da: "Marinai in Guerra 1940-45 diari di tre ventenni"

a cura di Guido Alfano

 BLU edizioni

Classe 1917, viene imbarcato i primi di marzo del 1943 sul Roma nel Gruppo segnalatori. L'attacco lo coglie su una delle alette della plancia segnali e venne gravemente ferito.

Secondo alcuni le batterie del golfo, ormai in mano dei tedeschi, hanno aperto il fuoco contro di noi. Altri, al contrario, affermano che, proprio in questo mo­mento, è arrivata la notizia che pure la Germania ha chiesto l'armistizio e quin­di rientriamo a La Spezia. Ciò però è ben presto smentito: la rotta che portiamo fa supporre che siamo diretti in Spagna. Gli RT assicurano di aver chiamato Roma per radio senza ottenere risposta. Quindi per precauzione dovremo tenerci in aperto mare in attesa di ordini. L'ufficiale di rotta è molto agitato e non si pronuncia.

Non cambiando direzione siamo sempre più persuasi di dirigere verso la Spagna, e francamente questo sarebbe il desiderio della maggioranza; non pochi però affermano che siamo diretti in Africa settentrionale.

Le nostre perplessità vengono maggiormente confuse nell'avvistare, ben lontani da noi, due apparecchi alleati da ambo i lati. Dal microfono, alloro appari­re, viene dato l'ordine di vigilare e di seguire con attenzione ogni loro mossa. Fra noi invece nessun turbamento, anzi, quasi quasi li seguiamo con simpatia: ci dan­no l'impressione che veramente sia arrivata la pace.

Mentre il personale di guardia esegue l'ordine con tanta tranquillità, quello li­bero dal servizio si è sparso per la coperta a prendere sole, quasi fosse in villeg­giatura. Si notano anche da qualche parte alcuni gruppi di marinai che cantano allegramente: sembra di essere in una crociera di piacere. La tranquillità viene però improvvisamente interrotta dal lontano rumore di apparecchi e dalla voce di una vedetta che grida: «Aerei tedeschi sulla nostra verticale».

L'ammiraglio, il comandante, diversi ufficiali e gran parte dell'equipaggio, chi col binocolo e chi ad occhio nudo, tutti guardano in alto: cinque apparecchi te­deschi (JU 87) sono sulla nostra verticale. Dal microfono si susseguono ordini al­le vedette ed al personale addetto alle mitragliere di tenersi pronti. Nessuno pen­sa che ci attaccheranno; si mantengono, infatti, ad una altezza di oltre 5000 me­tri. L' ordine è di aprire il fuoco se essi per primi attaccheranno. Ad un tratto si avvista sotto un apparecchio una striscia bianca: sembra una fumata. «Ha fatto un segnale», grida una vedetta. lo mi precipito a cercare il codice dei segnali per decifrarne il significato. Pochi secondi dopo si vede, a poca distanza dalla pop­pa della nave Italia (ex Littorio), un'immensa colonna d'acqua. Non vi sono più incertezze: tutti comprendiamo il significato della «fumata» e diamo la risposta con le nostre contraeree.

Come in un baleno quella calma, che fino ad ora è stata esemplare, si cambia in spavento. Tutto il personale è in subbuglio. Mai mi ero trovato in mezzo a tan­ta gente così terrorizzata: non si capisce più nulla. Chi corre a sinistra, chi a drit­ta, chi si precipita giù per le scale, chi a grande velocità le sale. Gli ordini per al­toparlante si susseguono. Il forte rumore delle antiaeree sembra che spaventi an­cora di più.

lo sono sull ' aletta destra della plancia segnali e seguo col binocolo gli aerei. Improvvisamente vedo che un altro apparecchio ha sganciato. Ma non solo io l'ho notato, infatti, la voce di alcune vedette gridano: «Attenzione hanno sgan­ciato!» In un attimo poso il binocolo e mi guardo intorno: non c'è più nessuno. Faccio per entrare nella plancia comando: impossibile; la porta corazzata è chiusa. Che spavento!

Afferro la ringhiera per scendere le scale: come un forte terremoto scuote tutta la nave. Mi sento afferrare per il petto da qualche cosa invisibile, mancare la terra sotto i piedi e scaraventare contro il torrione: mi ritrovo per terra stordito. Che cosa è mai avvenuto? Una grossa bomba-razzo (calcolata poi di circa 2000

kg, magnetico-radiocomandata) è caduta sulla dritta al centro della nave, poco distante dalle due ciminiere.

Ignoro il danno causato; probabilmente nessuno lo saprà mai con esattezza. Gli effetti sono disastrosi: la nave improvvisamente si blocca. Per oltre due mi­nuti manca la corrente.

La bomba, perforando la coperta e la corazza del primo e secondo corridoio, è andata ad esplodere nelle caldaie.

A stento io riesco ad alzarmi. Mi tasto come per sentire se ho in me qualche cosa di rotto e se da qualche parte perdo sangue. Afferro nuovamente la ringhiera e scendo a volo le scale: davanti la piccola porta che introduce nel torrione vi so­no cinquanta, sessanta marinai che, in preda allo spavento, si spingono per en­trare. All'entrata c'è l'aiutante maggiore che a stento cerca di mantenere l'ordi­ne, invitando quei poveretti ad entrare uno alla volta.

Guardo per un istante quel terribile spettacolo e penso al gran numero di per­sone che già sono entrate: se dovremmo essere obbligati ad abbandonare la na­ve d'urgenza, in quale difficoltà verranno a trovarsi?

In quattro salti salgo nuovamente le scale e indosso il salvagente, che ancora non tengo, mi sembra di impazzire. Mi soffermo un istante con gli occhi rivolti in alto, forse per cercare di rintracciare quegli apparecchi. Nel vedere il cielo tanto

 

bello mi viene spontaneo implorare quel Dio in cui tutti cerchiamo soccorso nei momenti di gravi difficoltà. Mi esprimo con poche parole, ma con una fede che fino ad ora non ho mai avuta. Mi pare di respirare meglio e di essere più tranquillo. Alzo lo sguardo verso la plancia ammiraglio: vedo l'ammiraglio Bergamini ed il contrammiraglio Caracciotti: stanno osservando attentamente il punto colpito dall'ordigno. A pochi passi, sulla plancia comando, c'è il comandante Del Cima che sta seguendo col binocolo i cinque apparecchi che gironzolano sulla nostra verticale, restando oltre il tiro delle nostre contraeree.

Intanto, in pochissimi minuti, viene messa in funzione la corrente elettrica di emergenza: sembra tutto riattivato.

Mi sento chiamare: un marinaio segnalatore che è rimasto in plancia segnali, mi avvisa che l'ufficiale alle comunicazioni sta chiamando al telefono. Rispondo con urgenza: ordina di alzare il segnale V16 (velocità 16 nodi). Pochi secondi e l'eseguo.

Francamente quest'ordine mi rincuora non poco: se la nave può affrontare ta­le velocità significa che il danno subito è stato almeno in parte riparato.

Con una certa tranquillità riprendo il binocolo e cerco di rintracciare gli ap­parecchi, ma pochi istanti e vengo distolto dallo squillo del telefono: viene ordi­nato di alzare un segnale che riguarda la rotta. Causa il rumore delle contrae ree non comprendo bene e chiedo di ripetere. Sto ancora parlando e la nave è rovi­nosamente colpita da una seconda bomba: mi sento volar via di mano il mi­crofono... mi sembra di sprofondare. Ad un tratto mi pare di battere fortemen­te contro il suolo: mi ritrovo disteso per terra fra registri, codici, quadri, bandie­re. . . in quella piccola stanzetta si è verificato il finimondo; anche i telefoni, che erano attaccati alla parete con bulloni d'acciaio, sono parzialmente staccati. Sebbene stordito ed in diverse parti del corpo dolorante, alla meglio mi alzo. Mi accingo ad uscire dalla piccola porta: mi sento aggrinzire la pelle della fronte e bruciare i capelli, una grossa fiamma mi impedisce di uscire. Se voglio però salvarmi devo tentare lo stesso.

Davanti alla plancia segnali vi è una piattaforma molto grande, sia da destra che da sinistra è collegata alla plancia comando tramite due alette. Il tutto è sta­to costruito intorno all'albero segnali.

Metto quindi un piede su un angolo della soglia, porto una mano sugli occhi e, con uno scatto, esco, indirizzandomi immediatamente sull ' aletta alla mia sinistra. Faccio pochi passi e mi pare d'impallidire: mi si presenta una scena terrificante. La nave ha ormai ricevuto il colpo mortale. La micidiale bomba dicesi sia pe­netrata attraverso il fumaiolo di prora e sia andata ad esplodere nella santabar­bara (deposito munizioni dei 381).

La torre corazzata sita davanti alla torre comando, calcolata di 2000 tonnellate,

è volata via, quasi fosse il tappo di una bottiglia di spumante. Il torrione, che sen­za dubbio ha fatto da fumaiolo, ingoiando quel vapore infuocato provocato dal­l'esplosione, emette un forte calore ed è pericoloso accostarlo e, quello che è peg­gio, pende paurosamente. Anche la ciminiera di prora, confinante con la plancia segnali, è sparita: dall'infossamento lasciato esce fumo oscuro e aria arroventata. Chi, delle navi di scorta, ha potuto assistere all'immane spettacolo ha raccon­tato che il boato è stato terrificante e la fumata ha raggiunto circa 1500 metri d'al­tezza. Ciò che la catastrofe ha provocato contro le persone non è facile poterlo descrivere.

A pochi passi da me, a breve distanza l'uno dall'altro, giacciono due marinai: sono irriconoscibili. Le loro vesti stanno ancora bruciando. La faccia è di color marrone scuro: sembrano carbonizzati. Dalla plancia ammiraglio un marinaio è rimasto impigliato per una gamba e resta penzoloni con la testa all'ingiù, dalla sua bocca esce un piccolo lamento: non è però un grido di soccorso, è una tragi­ca agonia. Lo guardo, cercando di riconoscerlo: anche lui è irriconoscibile per le ustioni.

Cammino a stento e devo cercare di non avvicinarmi troppo al torrione per non arrostirmi ulteriormente.

Guardo verso la prora e non vedo che fumo e fuoco.

Mi volto verso la poppa e noto che alcuni uomini sparpagliati corrono in pre­da allo spavento e odo alcuni spari a piccoli intervalli.

Mi avvicino alla scaletta per discendere e guardo in basso sulla coperta della nave: gli occhi fissano uno spettacolo spaventoso, intorno alla mitragliatrice vi sono alcuni marinai distesi per terra, sono morti. Mi volto poi e guardo l'incavo della scaletta che sto per discendere. Lì in fondo, cioè all'entrata del torrione, mi si presenta uno spettacolo ancora peggiore: una catasta di uomini, uno sull'altro, tutti orribilmente ustionati. Non si capisce se sono carne maciullata o se sono uo­mini. Alle vesti di alcuni è ancora appiccato il fuoco.

Anche lungo le scale vi sono diverse fiammelle.

Indugio a proseguire, ma non vi è via di scampo; devo scendere, è l'unico mo­do per cercare di salvarmi. Sarà triste dover passare sopra quei poveretti, ma qua­le altra soluzione ho? La mia abitudine era di posare le mani sulla ringhiera, al­zare le gambe e scivolare giù.

Incapace ormai di riflettere, vorrei ripetermi come ai bei tempi: poso quindi a mano destra sulla ringhiera e. . . non l' avessi mai fatto.

La pelle della mano mi si stacca e scivola giù a grande velocità: quel passama­10 è rovente. Inizio così a scendere camminando. Pochi passi e mi sento avvol­'ere da un fuoco invisibile: mi sembra di soffocare. Con la mano sinistra mi stringo la gola, quasi volessi strozzarmi. . . volgo gli occhi al cielo e mi rivolgo nuovamente a Dio; ma non con una preghiera, soltanto per raccomandare il mio spirito: sono ormai esausto ed ho perso ogni speranza.

A questo punto perdo la conoscenza.

Mi ritrovo bambino in aperta campagna, mi tiene per la mano destra una don­la vestita in celeste chiaro. In un primo momento sembra mia madre, ma non è ei: è una signora molto alta, cammina in fretta. . . corre. . . corre sempre più forte, mi trascina e mi stringe la mano, recandomi molto dolore. La guardo e grido: (Lasciami andare», e così urlando ritorno in me.

Mi ritrovo a scendere l'ultimo scalino dell'ultima scala. Guardo intorno per accertarmi dove mi trovo e se mi è vicino qualcuno: non vedo che fumo e fuoco. Miracolosamente o per impulso naturale, non lo so, ho disceso tre scale invase dal fuoco. Ora sono già sulla coperta della nave. Non mi è facile descrivere lo stato in cui mi trovo e il dramma che mi circonda. Nel mio interno sembra d'incendiare. Dal naso non riesco a respirare. La fronte, le orecchie, i capelli, le braccia, le mani, le gambe. . . tutto il corpo è fortemente ustionato.

La pelle delle braccia e mani è completamente staccata, rimanendo penzoloni appesa alla punta delle dita: può misurare circa mezzo metro. Ai pantaloni è ancora appiccato il fuoco, che seguita ad ustionarmi le già arrostite gambe e ginocchia. Non vedo che da un solo occhio e poco ma, quello che è peggio, la pelle staccatasi dalla fronte mi ostacola maggiormente la vista.

Non ho più forza di reggermi in piedi, pur tuttavia seguito a fare qualche passo vicino alle draglie, barcollando, come per cercare il punto più opportuno per gettarmi in acqua.

Pochi passi e raggiungo il punto dove è caduta la prima bomba. Seduto lì per erra, sull'orlo dello squarcio, vi è un ufficiale, anche lui completamente ustionato, la sua faccia sembra rossastra, tiene in testa il berretto di capitano. Lo riconosco: è il signor Licio Gentini, di Livorno. Nel vederlo così mal conciato non 10 il coraggio di rivolgergli parola. Resta lì fermo con gli occhi fissi verso il mare. Non si muove affatto. Sembra una statua. Attende certo che la nave, ormai fortemente sbandata, si rivolti, per scomparire con essa.

Non solo lui però, diverse altre persone, più o meno ferite, sono appartate in qualche angolo, aspettando la tragica fine. Anch'io vengo colto da uno scoraggiamento tremendo. poiche non si vede nelle vicinanze alcun mezzo di salvataggio, stanco e demoralizzato come sono, mi siedo lì per terra con le spalle verso la poppa: vorrei fare la stessa fine, per quale ragione dovrei gettarmi a mare? Nello stato in cui mi trovo, come potrò salvarmi? Quale sarà la reazione delle mie feri­te al contatto dell'acqua salata? Quale terribile fine dovrò affrontare, morendo poco a poco, sbattuto dalle onde?

Quindi mi siedo. . . prendo questa decisione nella completa tranquillità d'ani­mo, so infatti, di aver fatto tutto il possibile per salvarmi: mi sento sereno anche di fronte alla mia fede in Dio.

Quello che vedo non mi incoraggia certamente: sulla nave vi è ancora un via vai di uomini, alcuni più o meno ustionati, che corrono sparsi in qua e là, in cer­ca del punto più opportuno per gettarsi in mare. Nel frattempo trovo occasione per distrarmi; con la pelle che pende dalle mie dita cerco di eliminare quelle pic­cole fiammelle che ancora sono intorno ai pantaloni.

Pochi minuti passano e, volgendomi verso il mare, vedo non tanto lontano, una nave che si avvicina. . . ne vedo altre due. Immediatamente tornano alla men­te quei soliti pensieri familiari. Ma soprattutto riviene il desiderio di «vivere».

Do uno sguardo ancora a quei poveretti che cercano di mettersi in salvo e penso al dolore che avrei dato ai miei cari con l'annunzio che si usa dare alle fami­glie: «Vostro figlio risulta disperso in mare».

Guardo di nuovo quelle navi: mi sento scombussolato. Non tardo però a pren­dere la più saggia decisione.

Cerco di alzarmi: non mi è possibile, ricado seduto. La testa mi gira fortemente e le gambe non mi reggono. Insisto però e alla meglio mi ritrovo in piedi, sebbe­ne sembra che le gambe mi si spezzino in due. N on mi do per vinto. Con una for­za di volontà quasi sovrumana riesco a muovermi e camminare.

Vedo poco lontano un marinaio privo del salvagente: lo invito a sciogliere uno zatterone che ancora è rimasto a bordo, con la speranza che anch'io possa ap­profittarne.

Che delusione! Non è ancora in mare che è pieno di naufraghi. Non posso in­dugiare: devo andare verso la poppa.

poiche l'ultimo tratto della nave, chiamato passaggio ufficiali, in relazione al­la coperta, è situato in bassopiano, penso che ivi mi sia più facile gettarmi in ma­re. Ma come raggiungerlo? Il motoscafo dell'ammiraglio, per lo spostamento d' a­ria, si è fortemente spostato ed impedisce di proseguire.

Un marinaio si presta a darmi un aiuto. . . non so come abbia fatto. Mi ritrovo pertanto sui primi gradini della scala che conduce al passaggio ufficiali.

Mi guardo intorno: a poca distanza vedo un raggruppamento di marinai, con o senza salvagente indossato, tutti timorosi a gettarsi in mare.

Non mi è possibile scendere a basso: è tutto allagato. Risalgo lo scalino e, in preda a un sempre più grave smarrimento, per un istante fisso quello spettacolo, poi, non essendomi possibile intromettermi fra le draglie, mi distendo per terra : mi lascio rotolare a mare.

Non è come pensavo. L'acqua, invece di recarmi dolore, mi rinfresca completamente, ho un momento di sollievo.

Un forte flusso mi allontana dalla nave. Un vero miracolo.

Non sono che pochi metri dalla poppa, che quella carcassa si volta sottosopra: mi ricopre un grosso schizzo d'acqua provocato dall'impatto. Avessi indugiato ancora per pochi secondi, sarei certamente sparito con la nave.

Non ho la voglia ne la forza di nuotare.

Rimango lì fermo in balia delle onde, con lo sguardo rivolto verso la nave, restando a galla soltanto grazie al salvagente: voglio accompagnarla fino all'ultimo stante.

Il cuore mi batte forte forte. Fisso quella chiglia che pochi giorni prima avevo vista in bacino a Genova e tre anni fa avevo ammirata in cantiere a Trieste, dove avevo partecipato, fra feste e allegria, al suo varo. Che pena vederla ora perire così tragicamente, portandosi nella tomba immensa del mare tanti figli di mamma. Centinaia di marinai, sparsi per il mare, guardano con me quella che fu la no­:tra cara casa, quasi le si volesse dare ancora una speranza di vita.

Ad un tratto sento un forte prolungato boato: il Roma si spezza in due tronconi, la prora e la poppa si alzano verticalmente. Quest'ultima si gira piano pia­10 su se stessa, tanto che i due spezzoni mostrano il sopra della nave (la coperta): mi sento agghiacciare il sangue.

Sono momenti di brividi: pochi però. . . i due tronconi infatti in pochi secondi Tengono inghiottiti dal mare.

Quanto lutto porta all'Italia, che con sì tanti sacrifici l'ha costruita.

Quante mamme, padri, mogli, figli, fidanzate, fratelli, sorelle, parenti. . . quanti dovranno piangere i loro cari.

Ignoro il numero dei morti; ma, pensando che pure io potevo mettere in lut­o i miei cari, rabbrividisco.

Mi provo a nuotare un poco: non ne ho la forza. Sono più morto che vivo.

Il mare è pure abbastanza mosso.

Fra una montagna d'acqua e l'altra vedo alcune lance di salvataggio.

Come fare però a raggiungerle?

Da tutte le parti si odono grida di disperazione e pianti di invocazioni di soccorso. Siamo circa 250 fra feriti leggeri e gravi, alcuni addirittura moribondi ed altrettanti completamente sani, diversi anche senza salvagente, alcuni nuotano disperatamente, altri hanno trovato, chi sa come, qualche tavolaccio e si arrangiano un poco alla meglio. Vi è pure chi cerca di afferrarsi a qualche altro, che a

stento riesce a mantenersi a galla, grazie al salvagente. Fra questo formicolio di uomini ve ne sono altri un poco più fortunati, riuniti su zatteroni, pieni zeppi, galleggiano in balia delle onde, in attesa che li avvisti qualche nave.

Le lance di salvataggio passano fra mezzo a questi poveretti, cercando di dare la precedenza ai più gravi.

Non è certo facile poter descrivere questa straziante scena.

Dopo circa cinquanta minuti mi si appressa una motolancia: io sono comple­tamente stremato, non ho la forza nemmeno di parlare.

Si gettano in mare due marinai ed alla meglio riescono a trarmi in salvo, al­zandomi di peso. Batto i denti dal freddo. Per le ustioni non riesco a stare sedu­to. Con tanta delicatezza alla meglio mi sistemano.

Un marinaio, immaginando che io non possa udire, dice ad un altro, guar­dandomi: «Andiamo a bordo, guarda, fra poco muore». Mi sollevo un poco. Vorrei dire qualche cosa. Quell'atto per me è un grave sforzo: ricado giù stordi­to. Non ricordo altro.

Arriviamo sottobordo al Fuciliere, un cacciatorpediniere da cui dipendono i miei soldati. Vengo trasportato di peso sulla nave tra una infinità di sofferenze. Il sergente infermiere di bordo, per non sottopormi ad ulteriori sofferenze, taglia con le forbici le mie vesti e la pelle che tenevo penzoloni dalle mani e da al­tre parti del corpo, quindi mi sottopone ad una piccola medicazione e mi fascia quasi completamente. Vengo avvolto in una coperta di lana ed adagiato su un di­vano nel quadrato ufficiali, improvvisamente «sala medica».

Sono tormentato da una terribile sete e da un gran freddo. Vengono messe a disposizione dei naufraghi molte bottiglie di cognac: ne bevo forse un litro.

Il freddo passa, ma la sete aumenta.

«Acqua», grido io. «Acqua», gridano altre voci. «Cognac», chiedono altri. Quanti lamenti in quella piccola sala.

Saremo una quarantina: udire quelle voci è uno strazio.

Che triste serata è questa.

Grazie al cognac che ho bevuto finalmente mi addormento, ma non posso cer­to dire che riposo.

Durante la notte subiamo alcuni attacchi aerei, io però sono «assente»; non faccio altro che piangere ed implorare. Ogni tanto mi sveglio aggredito da fan­tasmi e strilli. Ad un sogno brutto ne segue un altro peggio.

Data la grande arsura che mi strazia, non faccio altro che chiedere da bere. Pure dormendo lo chiedo.

Faccio un sogno, adeguato alla circostanza: mi pare di trovarmi in un deserto. Non mi reggo in piedi dal caldo e dall'arsura. So che a poca distanza vi è uno zampillo d'acqua. Barcollando arrivo sul posto: acqua non ce n'è. Mi metto a scavare per terra: finalmente ne trovo un poco. Faccio per bere: si avvicina un uo­mo con grossi scarponi con i chiodi e mi pesta le mani, impedendomi di toccarla. Preso dallo spavento mi metto a correre: il suo cane mi raggiunge e mi azzan­na le mani ed i polpacci, facendomi cadere. A stento riesco ad alzarmi: mi ritro­vo solo in un paesetto di fronte a una fontanella che versa acqua a gocce. Ho con me un bicchiere: dopo lungo tempo riesco a riempirlo per metà. La mano mi fa così tanto male che non riesco a reggerlo, mi cade e si rompe. Crollo per terra sfi­nito. . . mi sveglio gridando.

Ancora vagheggiando mi sembra di essere sul Roma. Siamo a La Spezia. Stiamo parlando di una grande battaglia, sostenuta e vinta. La nostra nave però è rima­sta soltanto mezza: trovo meraviglia di come abbiamo potuto entrare in porto co­sì mal conciati e come abbiamo fatto a non accorgercene prima.

Siamo attesi da un dottore: ne approfitto subito per raccontargli delle mie fe­rite alle mani; pur ricordandomi bene che sono stato calpestato e aggredito da cani: vorrei essere dichiarato ferito di guerra.

Ogni mattina vado a passare la visita, non riesco però a convincere il medico che mi sento male veramente e non posso lavorare: sempre mi risponde che è una cosa da poco e che posso benissimo fare la guardia. Insisto perche mi mandi all'ospedale per un controllo: ne ricevo sempre un rifiuto.

Finalmente mi sveglio, anzi mi sembra di esserlo: siamo al mattino seguente ed io sono convinto che quelle avventure sognate, sono effettivamente avvenute e che sono passati sette giorni.

Mi ritrovo completamente cieco.

Non so perche; inizio a parlare, gridando come se stessi litigando, e pretendo di sapere il perche non mi hanno mandato ancora all'ospedale: «Sono sette gior­ni», dico, «che vengo qui ogni mattina per farmi visitare e mi rispondete sempre che non ho nulla e non mi visitate nemmeno». Sento una voce che mi assicura che sarò esaudito, però non è affatto vero che sono passati così tanti giorni: è tra­scorsa soltanto una notte.

Seguito a parlare chi sa di che cosa: mi trovo ad avvertire che la mia pretesa di essere dichiarato ferito di guerra è falsa e racconto la storia del cane e degli scar­poni chiodati: non vedendo, non posso sapere della reazione di chi mi ascolta. lo però sono insistente: voglio i fogli per entrare in ospedale, adducendo che senza di questi non mi possono accettare.

Mi si risponde che è tutto pronto e che devo soltanto tacere.

Penso di essere nel quadrato sottufficiali, a bordo della nave Roma, e sento un gran puzzo di vino. Essendo ancora in preda ad una gran sete, chiedo urlando del vino.

La risposta è sempre la solita: «Taci, non urlare».

Finalmente mi si avvicina l'ufficiale di guardia. Ho con lui una lunga conver­sazione: il vino però non mi viene portato. Con calma l'ufficiale mi racconta tut­to quello che è successo, e come mi trovo qui sul Fuciliere: io però insisto per sa­pere come abbiamo fatto ad entrare in porto per metà.

Sono per terra adagiato su una coperta, non so descrivere in quale terribile sta­to mi trovi. Le varie ustioni sul di dietro rendono impossibile ogni movimento: non riscontro posizione adatta per riposare e chiedo continuamente di essere ri­girato.

Anche la testa mi duole molto forte. Le mani, le braccia, le gambe. . . tutta la persona è un'unica piaga. Dal naso non respiro più e la bocca è così gonfia che mi crea difficoltà a parlare.

(Trovandomi nell'inconscio non sono in grado di raccontare ciò che si sta per verificare in questi giorni; seguito però a descriverlo grazie a quanto mi è stato

 

riferito sia dai superstiti, miei compagni di sventura, sia da coloro che mi hanno assistito; dottore, infermieri, suore).

Le navi che hanno contribuito a raccogliere i naufraghi, sono sette, delle qua­li tre dirigono verso l'isola di Maiorca (non conosco i nomi). I comandanti delle altre quattro (incr. Attilio Regolo, CT Fuciliere, Mitragliere e Carabiniere), te­mendo che molti di noi, col prolungarsi la permanenza in mare, potremmo non resistere, decidono di entrare nel porto più vicino: si dirigono così verso le Baleari, nell'isola di Minorca e si fermano nel porto di Mahon.

Veniamo accolti in un piccolo ospedale militare situato su una piccolissima iso­la entro il porto stesso; un solo direttore, qualche infermiere e due suore sono il personale addetto. Erano stati avvisati via radio del nostro arrivo, chiedendo ri­covero per 250 persone. Purtroppo sembra che il radiotelegrafista abbia inteso la richiesta soltanto per 25 feriti. È comprensibile quindi che i dirigenti dell'o­spedale, di fronte all'arrivo di una gran massa di personale bisognoso di urgenti cure, si siano venuti a trovare in un gravissimo disagio.

Avviene così che i malati, qui già ricoverati, che sono in condizioni di poter camminare, sono inviati al proprio domicilio. I dottori della cittadina vengono militarizzati e richiamati. Le suore disponibili nel convento locale sono invitate a presentarsi, similmente avviene per gli infermieri.

Lo sbarco dei superstiti della R.N. Roma avviene in ordine. I feriti particolar­mente gravi vengono sistemati nelle corsie su letti già esistenti. Per molti, dei me­no gravi, è necessario procurare lettucci o brande e collocarli nei corridoi. Alcuni addirittura fuori all'aria aperta, sotto la tettoia.

Fortunatamente l'edificio è terra-tetto.

Coloro che abbisognano soltanto di medicazioni, sono frettolosamente cura­ti e contemporaneamente traslocati in compagnia dei naufraghi sani alloggianti in locali ubicati nella piccola cittadina, e invitati a tornare dopo due giorni per l'eventuale controllo.

lo sono portato in ospedale da un' auto ambulanza e situato su un soffice letto. Per poco me ne rendo conto; ricordo soltanto di aver provato un lieve sollievo.

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