Giuseppe Baldacci - R. N. Italia

L'8 settembre del 1943 non ebbi una mia vicenda del tutto personale come certo molti altri ebbero. Ero allora imbarcato su una di quelle unità delle FF.NN.BB. che, col pennello nero a riva e il grande cerchio nero dipinto sulla coperta a prora, concluse mestamente le sue gesta accodandosi allargo di Bolla alle corazzate inglesi Repulse e Warspite. Seguii, pertanto, l'iter di tutti a bordo, ma potei farlo da un osservatorio davvero privilegiato: la plancia ammiraglio che, dopo il trasferimento dell'amm. Bergamini sulla Roma, era rimasta vuota ed era adibita ad ufficio della cifra rapida dove lavoravo insieme al Capo furiere Ferratini. Da quel luogo il mio panorama si apriva su due vasti fronti: sul procedere maestoso della nostra flotta, visto attraverso le aperture della plancia, e sullo sfacelo della nostra Patria compreso attraverso le centinaia di messaggi che ci giungevano da ogni dove.

Anche se allora ero ancora tanto giovane, avendo compiuto i 20 anni da un mese, in quei giorni annotavo mentalmente tutto quello che avveniva, ciò che sentivo, ciò che vedevo, ciò che pensavo e poi trovavo sempre il momento adatto per riempire fogli e fogli con minuta calligrafia, abitudine questa che mi e rimasta per tutta la vita. Mi sarebbe piaciuto ora riportare qui di seguito tutto quello che scrissi in quei drammatici momenti, ma sarebbe una pretesa assurda e fuori luogo. Così mi limiterò a riportare solo qualche breve stralcio del mio diario e ad aggiungere qualche commento, qualche considerazione del tutto personale. Un poco del pathos che sa­rebbe potuto venire dai particolari, dalle sfumature, dalle atmosfere, dai discorsi e dai messaggi che avevo allora riportato fedelmente nel diario andrà certo perduto, ma tutto sommato non sarà un gran guaio perche molti di quegli eventi sono ben noti a tanti di noi.

Eccomi dunque ali' 8 settembre del 1943 a bordo della R.N . Littorio, che chiamo ancora così perche così mi accolse, così la conobbi, così la amai e così mi piace ricordarla. (In effetti il nome fu cambiato da Littorio in Italia dopo il 25 luglio 1943 N.d.R.). Riporto integralmente dal mio diario: "Erano le venti circa quando, dopo aver cenato alla mensa della Guardia, discorrevo del più e del meno con Caleca passeggiando davanti al Quadrato Ufficiali. Anche se i momenti che vivevamo erano altamente drammatici ed anche se avevamo la quasi certezza che nel cuore della notte avremmo preso il largo insieme alle altre unità delle FF.NN.BB. per andare a contra­stare lo sbarco alleato a Salerno, eravamo tuttavia lontanissimi dal pensare alla bufe­ra di altro genere che si stava per scatenare su di noi. D'improvviso vedemmo un marinaio precipitarsi sulla plancetta proiettori del torrioncino facendo gesti da esalta­to e gridando. Le sue parole concitate ci giunsero come un fulmine a ciel sereno: "I 'armistizio - gridava - è fìnita la guerra, è la pace, è la pace". È, quello, un ricordo che resterà sempre nella mia mente, sento ancora la voce di quell'uomo sconosciuto nelle mie orecchie, vedo ancora quella figura piena di giubilo per un evento che, invece, doveva segnare per la nostra Italia I' inizio di una epoca di innumerevoli sciagure. Tutti siamo come colpiti da una mazzata e non afferriamo sul momento la vera drammaticità della cosa. Non riesco a farmi capace che ormai tutto e finito, sia pure così miseramente. Intanto vicino a me tanti uomini dell ' equipaggio, provati per oltre quaranta mesi da una durissima lotta e con la speranza di essere arrivati sul punto di rivedere le famiglie lontane, danno ora segni di grande gioia. È come se tutti si fossero tolti un peso da dosso. In realtà e la lotta fra il sentimento di italiani che fa piangere sulla rovina della Patria e quello di uomini che fa sorridere il cuore al pensiero di tornare in famiglia. Non tutti però esultano: vedo molti ufficiali e sottufficiali, specialmente fra i più anziani, come folgorati, ma non mancano fra essi dei giovani e fra questi ero sicuramente io. Il pensiero correva ai tantissimi che erano caduti combattendo, ai tantissimi che avevano sopportato pesanti sacrifici al fronte come nelle cit­tà. Pensavo al mio babbo che da tre anni rischiava quotidianamente la vita volando sul mare in condizioni tanto pericolose e che due volte era tornato dalla missione ferito e con morti a bordo del suo aereo sforacchiato dalla contraerea nemica. A che valevano ora le ferite che aveva riportato in combattimento'? E quei poveri aviatori morti. .?

Il diario prosegue e, dopo molte pagine, affiora un altro mio ricordo legato ai tanti che all'annuncio dell'armistizio si sentirono traditi. Ecco cosa scrivevo: "Non dirò come mi sentii io stesso, che pure ero solo un giovanssimo guardiamarina, quando quella ,sessa ,sera a bordo della Littorio vidi negli occhi del giovane Ober­leutenant (Tenente) della Luftwaffè Mayer; camerata di ogni giorno, lo sconforto, l'amarezza, lo stupore resi ancor più forti da quello che Badoglio aveva subito fatto capire per radio: che ora il nemico ,sarebbe stato il tedesco, cioè l'alleato, il camerata di qualche minuto prima. Il povero tenentino Mayer ,si era affezionato alla Nave, ai camerati italiani al fianco dei quali aveva sempre fatto puntualmente il ,suo dovere per assicurare il collegamento fra la nostra Flotta e gli aerei della Luftwaffe che la difendevano dall'alto. Ora riunì i suoi trenta uomini, li lasciò inquadrati e silenziosi sul ponte di coperta della nave a poppa ( io li ricordo bene perchèero proprio lì di seconda comandata a poppa) e scese giù per il boccaporto che portava al ponte di secondo corridoio. AI piantone chiese di essere annunciato al comandante che lo ricevette senza indugio, imbarazzatissimo anche lui, che poi ci raccontò cosa era avvenuto fra di loro. Mayer si irrigidì sull 'attenti e fece il saluto militare, poi estrasse dal fodero la sua rivoltella d'ordinanza e la posò sulla scrivania del comandante Bottiglieri, dicendogli in un discreto italiano che lui ed i suoi uomini si rimettevano al suo giudizio. Sabato Bottiglieri era un gentiluomo, un ufficiale di Marina della vecchia generazione. Si alzò, prese la rivoltella dal piano della scrivania e, guardandolo negli occhi, la restituì a Mayer dicendogli che quanto accadeva era una sorpresa ed un dolore anche per lui e che ciò non modificava i sentimenti di rispetto e di stima che nutriva per chi era stato al suo fianco in tante occasioni. Pertanto lo invitava ad agire come meglio riteneva per il suo onore militare e se avesse deciso di restare a bordo sarebbe stato, lui ed i suoi uomini, sempre trattato come nel passato. Mayer ringraziò ed i due uomini commossi si strinsero la mano. Nella notte il gruppo dei tedeschi si presentò a poppa con i bagagli e si avviò mestamente lungo il barcarizzo salutando con il rispetto di sempre, nella mia persona, l 'ufficiale di guardia che rappresentava la bandiera tricolore. Quando per ultimo si avviò a scendere, Mayer ed io ci stringemmo a lungo la mano senza parole, ma i nostri sguardi si dicevano tutto. Li vidi allontanarsi ordinatamente nella notte lungo la banchina del molo Lagora. Fu un momento assai triste per tutti ".

Come ho già detto, ho tratto questi ricordi dal diario che allora andavo scrivendo giorno per giorno e ben volentieri continuerei ad attingere a quelle pagine tanto dense e dettagliate in cui sono descritti tanti fatti: come la convulsa notte che vivem­mo fra 1'8 e il 9 settembre, l'uscita dalla rada della Spezia alle 03.15, la ridda di notizie che ci pervenivano da tutti i messaggi ricevuti o intercettati e che appena decifrati passavo al Comandante, il ritmo febbrile della vita a bordo, il ricongiungimento al mattino con le navi provenienti da Genova, la voce del Comandante Bottiglieri che, giungendo in ogni angolo della Nave attraverso la rete ordini collettivi, dava lettura con accenti commossi del messaggio dell' Ammiraglio de Courten in cui, tra le altre cose, era detto: " È possibile che altri duri doveri vi siano riservati impo­nendovi sacrifici morali rispetto ai quali quello del sangue appare secondario " e più oltre: " Potrete sempre e dovunque guardare fieramente negli occhi gli avversari di quaranta mesi di lotta perche il vostro passato di guerra ve ne dà il pieno diritto ". Nel diario descrivevo anche i sentimenti che quelle frasi avevano suscitato: "Quelle parole ci fecero subito pensare che forse avremmo dovuto subire il sacrificio morale della cessione della nostra Flotta e così sentii avanzare tante ipotesi. Mi capitava spesso di scendere in plancia comando e di cogliere qualche discorso. Sentivo che vi era un generale disorientamento e non solo ai livelli più bassi. Molti dicevano che piuttosto di cedere le nostre navi dovevamo auto affondarle come fecero a Scapa Flow i marinai tedeschi alla fine della prima guerra mondiale".

Ricordo che nei brevi intervalli che talvolta c'erano nell'arrivo dei messaggi dalla stazione radio, andavo sulle alette della plancia ammiraglio per guardare fuori. Ed ecco cosa scrivevo: " La nostra Nave vista da qui sopra e bellissima e dà una grande sensazione di potenza. Come è triste pensare che siamo stati sconfitti senza aver potuto combattere almeno l'ultima battaglia" Come sarebbe stato bello ed esaltante poter un giorno tornare nei porti con le bandiere della vittoria al vento, poter sfilare con i nostri equipaggi su un tappeto di petali di rose sotto l' arco di Costantino, così come vidi fare quando ero un bambino dai trasvolatori del generale ltalo Balbo di ritorno dalla crociera del Decennale ".

I motivi ai quali ho sopra accennato (di opportunità e soprattutto di spazio) mi inducono a sorvolare su altri ricordi non meno significativi come quando avvistammo alle ore 15. 30 del 9 Settembre una formazione di cinque Dornier Do 217 della Luftwaffe diretta verso di noi e pochi minuti dopo la nostra grande nave fu violentemente scossa da una bomba a razzo caduta a qualche metro dalla poppa provocando il momentaneo blocco dei timoni o come quando un marinaio si precipitò in plancia gridando che la Roma era stata colpita ed io, uscito subito all'aperto, la vidi già sbandata e con una enorme fiammata giallo-rossa che avvolgeva il torrione e si alzava veloce nel cielo allargandosi poi in un fungo immenso e scuro. Scrivevo: "Vedo levarsi dalla povera nave tre fuochi Very rossi. Sono, siamo tutti impietriti davanti a tanta tragedia: che ne sarà dell'equipaggio, che ne sarà dei tanti compagni di corso?". Qualche altra frase estratta dal mio diario: "Alle ore 16.11 dobbiamo fa fronte ad un nuovo pericoloso attacco aereo fortunatamente senza conseguenze. Ancora cannonate, ancora zigzagamenti a tutta velocità per schivare le bombe. Ma alle 16 e 15 veniamo colpiti ed i sobbalzi della nave sono straordinariamente forti e il boato assordante. Una colonna di acqua si riversa sul torrione entrando anche dalle feritoie. Il boato e lo scuotimento erano stati tali da far prevedere che qualcosa di peggio .forse accaduto rispetto alla prima bomba caduta poco prima a pochi metri dalla nostra poppa. Apriamo il portellone e corriamo fuori. Dall ' alto vediamo una cosa incredibile: sul ponte di coperta, alla destra della torre due di grosso calibro e davanti alla torre di medio calibro c' e un foro circolare del diametro di circa un metro provocato dalla bomba che aveva perforato la spessa corazza ed era penetrata all 'interno della nave ". Lascio ancora il diario e ne sintetizzo una lunga parte per dire che il punto dell'impatto non doveva essere molto dissimile da quello della bomba che, come poi sapemmo, aveva colpito la Roma perche sotto, proprio in quella direzione, c' era il deposito delle munizioni di grosso calibro e a poca distanza quello del medio calibro. Ma la nostra fortuna fu che eravamo sotto accostata e con quella velocità la Nave, accostando, si inclinava per cui la bomba, scendendo in verticale, non penetrò nei depositi delle munizioni, ma perforò la murata esterna lacerandola vistosamente ancor prima che il congegno di scoppio ritardato potesse entrare in funzione. Così la micidiale bomba scoppiò fuori della Nave, in mare non lontano dalla carena, che, come si constatò quando arrivammo a Malta, subì uno squarcio di circa 20 metri di lunghezza per 8 di altezza sotto il livello del mare. Imbarcammo circa 800 tonnellate d'acqua e altre 400 vennero immesse per bilanciamento dalla parte opposta della nave. Malgrado ciò la nave mantenne inalterate le sue prestazioni e la sua velocità. Torno al diario: "Alle ore 16 e 20 subiamo un nuovo attacco con altre bombe che, fortunatamente, pur essendo vicine, non ci colpiscono anche se ne risentiamo i contraccolpi. Alle 16 e 52 una bomba dello stesso genere cade vicinissima alla nostra poppa sul lato ,sinistro. I .sussulti della Nave sono fortissimi e nel nostro locale una valvola fa un grande lampo azzurro e si brucia lasciandoci con la sola luce che entra dalle feritoie fino a che non viene prontamente sostituita ".

Ancora un salto in avanti: "Poco dopo l'alba del 1O settembre corsi a consegnare al Comandante Bottiglieri il lungo messaggio del Comando FF.NN.BB. che ci rivelò il nostro destino: in sintesi dirigere su Bona, dipingere a prora cerchi neri e inalberare un pennello nero. Così alle ore 7 e 03 del 1O settembre sull'alberatura della nostra Nave, come sulle altre, vediamo dolorosamente salire un grande telo a forma di triangolo appuntito che i nocchieri del nostromo hanno appena dipinto di vernice nera. E affacciandomi vedo a prora altri nocchieri che con pennelli e barattoli di vernice dipingono sul ponte un grande cerchio nero. Sono il lutto, penso, della nostra sconfitta, della nostra umiliazione e anche del nostro improvviso tradimento verso i camerati germanici dei quali comprendo bene la delusione e l'ira ". L'incontro con le navi da battaglia inglesi al largo di Bona.......

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