Marcello Vacca Torelli - R.N. Roma

Luigi Alvigini, Angelino Brozzu, Sebastiano Garbarino, Armando Gotelli, Ernesto Guidotti, Mario Moscardini, Italo Tropea, Emilio Rabitti: questi i nomi che mi vengono alla memoria nell'accingermi a rievocare il mio "8 settembre 1943". Sono i nomi degli Squali che erano sulla Roma in quel triste giorno e che sulla Roma, nel corso della sua ultima navigazione, persero la loro giovane vita. Eravamo in quat­tordici Squali al primo imbarco e solo in sei, direi per miracolo, riuscimmo a scampare a quell'inferno.(Casini, Catalano Gonzaga, Meneghini, Rossi V., Scotto ed io).

Sino al momento in cui ascoltammo quel maledetto comunicato radio delle 1945, pur essendo consci che le sorti della guerra erano ormai compromesse, ci aveva sostenuto la prospettiva di andare contro la flotta anglo-americana a bandiere spiegate. Dopo quel momento, la sera dell'8 e il mattino de19, pur impegnati negli incarichi di bordo per la partenza e la navigazione, eravamo smarriti, angosciati, avviliti, increduli. Ci era crollato il mondo addosso.

Tutto questo è noto e credo che i sentimenti che provavamo in quelle ore siano stati condivisi da tutti gli Squali. Ma veniamo al pomeriggio del 9 settembre. All'allarme aereo. Scotto ed io avevamo ancora addosso l'uniforme invernale perche avevamo trascorso la notte all'aperto (noto questo particolare perche fu forse quello che limitò le ustioni sui nostri corpi) ed eravamo al posto di "navigazione in guerra" su una plancetta che avvolgeva il fumaiolo di prora, sul lato sinistro, con l'incarico di coordinare il tiro di un gruppo di mitragliere da 20 e da 37 mm: per svolgere questo compito disponevamo di una "colonnina" collegata in cuffia con i singoli capi impianto e con un apparato di punteria a controindice. C' erano altre quattro "colonnine" affidate a Gotelli, Guidotti, Meneghini e ad un Aspirante di complemento di cui non ricordo il nome. Avvistammo la piccola formazione aerea che, ad altissima quota, stava per sorvolare la formazione navale. Alle 15.50, con il binocolo, vidi staccarsi, dalla coda di uno dei velivoli, quello che scambiai per un bengala od un segnale di riconoscimento. Continuai a seguire quel bengala, ma ben presto mi resi conto che era una grossa bomba che veniva giù velocissima e che oscillava lungo la traiettoria. In effetti, ebbi l'impressione che ci "seguisse", anche se eravamo in accostata a sinistra. Lasciai il binocolo quando valutai di poterla distinguere ad occhio nudo. Mi illusi che potesse cadere fuori bordo sul lato destro, invece l'ordigno colpì la nave a murata ed a poppavia dei complessi da 90 mm di dritta provocando seri danni all' apparato motore. Pochi minuti più tardi, mentre ero intento a mostrare a Michele Scotto una folata di fumo che usciva dal sotto stante locale delle cucine equipaggio, una seconda bomba colpì la Roma nello spazio compreso tra la torre 1 di medio calibro, il torrione e la torre 2 di grosso calibro, esplodendo nel deposito munizioni di quest'ultima, dopo aver perforato la corazza.

L' esplosione provocò la deflagrazione (non l' esplosione per fortuna!) delle cariche da 381 ed innescò una serie di altre deflagrazioni nei depositi munizioni di medio e di piccolo calibro di sinistra, con enorme produzione di fiamme e di fumo che attaccarono anche le riservette delle mitragliere in coperta. Un vero inferno! Michele Scotto ed io, che non avevamo avuto sentore della imminente caduta della seconda bomba, fummo avvolti dalla enorme fiammata e perdemmo immediatamente i sensi. Ci risvegliammo dopo qualche minuto (furono forse cinque o sei?) entrambi fortemente ustionati al capo, al collo, alle mani ed alle gambe (l'uniforme invernale ci aveva in parte protetti), confusi e storditi. Ci trovavamo. inspiegabilmente, sul castello a poppavia dei complessi da 90 di dritta, cioè in un punto che distava 20 metri in orizzontale ed 8 metri in verticale dalla nostra plancetta, nelle immediate vicinanze del foro prodotto dalla prima bomba; dal foro uscivano copiosi fiotti di vapore biancastro. Eravamo anche parzialmente coperti dalle spire di un cavo d' ormeggio della nave, che si era sfilato da un rullo posto sulla tuga. Riuscii a liberarmi ed a rialzarmi, aiutai Michele (che era più stordito e ustionato di me) a fare altrettanto; insieme, passando sotto il motoscafo dell'ammiraglio (che era stato sbalzato in parte dalla sella sulla tuga), seguimmo la corrente di gente che andava verso poppa. Avevo la pelle delle mani a brandelli, "lessata", e ciò limitava molto la mia capacità di destreggiarmi in quella situazione. Notai che anche l'anello del Corso era andato via con la pelle delle mani, ma, per fortuna, non avvertivo dolore. Sulle scale che portavano in coperta a poppa incontrai Meneghini (v. schede Meneghini, Rossi e Scotto) cui affidai Michele che non si era ancora ripreso e mi avviai alla vana ricerca di un salvagente (il mio era rimasto sulla plancetta della D. T. mitragliere ).

Per dirla in breve, vista l'inclinazione della nave ferita a morte e valutata la situazione in atto, decisi di seguire i molti che erano già in mare. Riuscii a sfilarmi la giacca e ricordo che, appena in acqua, toccai con i piedi le draglie della coperta. Ero distante una ventina di metri dallo scafo quando ,richiamato dalle urla della gente, mi voltai e vidi che la Roma, si stava rapidamente capovolgendo. Ho sempre negli occhi il rosso dei salvagente degli uomini che si erano attardati a bordo e che venivano scodellati a mare. Su di essi si abbattè lo scafo che rimase pochi secondi con la chiglia rivolta verso il cielo e che si spezzò in due tronconi che si infilarono in mare. L'ultima visione fu il rosso stemma dell'Urbe che - al posto della tradizionale stella ­ ornava il dritto di prora e che brillava al sole.

Ero esausto e cominciavo ad avvertire un forte dolore nelle zone del corpo ustionate, ma I' istinto di conservazione mi dette forza. Pochi minuti dopo la motolancia del Mitragliere mi recuperò ed in quel preciso istante persi di nuovo i sensi. Li ripre­si il mattino dopo (lo settembre) all'Ospedale Militare di Porto Mahon, mentre i medici spagnoli mi medicavano.

Cominciò così, per Michele e per me, un periodo di dure sofferenze: per Scotto la degenza si prolungò per quasi un anno durante il quale fu sottoposto a parecchi trapianti ed operazioni di plastica, affrontati con una forza d'animo ed un coraggio veramente eccezionali. Ero già in via di guarigione quando assistetti alI'asportazione di un occhio di Michele divenuto ormai inutile: prese la cosa scherzando con i medici e le suore allibite.

Uscii dall'Ospedale Militare di Porto Mahon alla fine del dicembre 1943 e raggiunsi, alla Base navale gli altri quattro Squali: Vincenzo Casini, Antonio Meneghini, Arturo Catalano Gonzaga e Vladimiro Rossi che erano usciti praticamente incolumi (salvo Toni Meneghini) dal disastro. Michele Scotto, accompagnato da Vladimiro Rossi (v. scheda) fu trasferito prima a Barcellona e poi a Madrid per un supplemento di cure e si riunì a noi solo al momento del rimpatrio.

La nostra permanenza in Spagna trascorse abbastanza tranquilla. Ai primi del gennaio 1944, la Regia Ambasciata d' Italia riuscì ad ottenere per noi, naufraghi della Roma e per gli equipaggi delle torpediniere Impetuoso e Pegaso, il trasferimento a Caldas de Malavella (in Catalogna) ove fummo sistemati in un albergo affittato dall'Ambasciata. Fummo dichiarati "internati militari" e ci fu corrisposto uno stipendio mensile con il quale riuscimmo a ricostituire, almeno in parte, il nostro corredo sostituendo anche capi di vestiario che ci erano stati dati dalla Marina spagnola o regalati dai colleghi delle nostre navi internate a Mahon (Attilio Rei!olo, Mitragliere ,Fuciliere. Carabiniere).

Alla fine di luglio 1944 rientrammo in Italia. Un treno speciale impiegò circa una settimana per attraversare tutta la Spagna da Caldas de Malavella ad Algeciras. Noi sei Squali avevamo uno scompartimento tutto per noi. Ad Algeciras ci attendeva l'incrociatore Duca d' Aosta che in due giorni ci portò a Taranto.

A Taranto ricominciò la mia vita in Marina che terminò nel 1977.

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