Il racconto dell'Ing. Guido Gay

Il ritrovamento della corazzata Roma rappresentava, dopo quasi settant’anni, uno degli obiettivi più difficili e ambiti della ricerca subacquea nel Mediterraneo. A differenza di altri grandi relitti come la Bismarck o la Yamato, la nave italiana risultava di fatto scomparsa, senza una localizzazione attendibile.

Le ricerche basate su documenti d’archivio e testimonianze si rivelarono poco affidabili: le indicazioni risultavano spesso contraddittorie o imprecise, con errori anche di molte miglia. Anche i punti derivati da ricostruzioni storiche o da inchieste ufficiali si discostavano sensibilmente dalla posizione reale del relitto.

Nel corso degli anni, numerose campagne di ricerca si concentrarono su fondali relativamente accessibili, ma senza risultati. L’esperienza maturata portò progressivamente a escludere le aree meno profonde e a orientare le indagini verso zone più difficili, in particolare i canaloni sottomarini del Golfo dell’Asinara, caratterizzati da profondità elevate e morfologia complessa.

Le tecnologie tradizionali, come magnetometri e sonar trainati, si dimostrarono poco efficaci in questo contesto, soprattutto a causa della presenza di rocce vulcaniche capaci di alterare il campo magnetico e generare segnali ingannevoli. Si rese quindi necessario sviluppare strumenti e metodologie specifiche, adatti all’esplorazione di fondali profondi e irregolari.

Dopo anni di rilievi sonar e analisi dei dati, furono individuate alcune anomalie significative a profondità superiori ai 1000 metri, nel canyon di Castelsardo. Il 17 giugno 2012, mediante il veicolo subacqueo PLUTO PALLA, venne effettuata una prima immersione esplorativa su uno di questi punti.

A circa 1200 metri di profondità, le immagini sonar e video evidenziarono strutture artificiali compatibili con un relitto di grandi dimensioni. L’avvicinamento del veicolo permise di identificare chiaramente elementi caratteristici della nave, tra cui un cannone antiaereo da 90/50, confermando la presenza della corazzata Roma.

Le successive immersioni consentirono di osservare ulteriori parti del relitto, tra cui porzioni dello scafo rovesciato, componenti strutturali e apparati propulsivi. La disposizione dei resti risultava coerente con la distruzione della nave in più tronconi a seguito dell’esplosione.

Le immagini raccolte furono successivamente verificate in presenza di ufficiali della Marina Militare, che ne confermarono l’autenticità. Il ritrovamento fornì così una prova materiale definitiva della posizione del relitto e contribuì in modo decisivo alla comprensione degli eventi dell’8 settembre 1943.

L’individuazione della Roma rappresenta il risultato di un lungo lavoro di ricerca tecnica e sperimentazione, reso possibile dallo sviluppo di strumenti innovativi e da un approccio mirato all’esplorazione dei fondali più complessi.

Immagine sonar dei due tronconi del relitto della Roma
Rilievo sonar relativo ai due tronconi del relitto della corazzata Roma risalente al 2008.