Varie · Memoria

Poesie

Componimenti dedicati alla Regia Nave Roma, ai suoi marinai e ai superstiti.

Naufragio

Come giovane ufficiale
il nonno Arturo è sulla nave
per salvar l’Italia nostra.

Quando in cielo un bel tedesco
sgancia presto due siluri.
Il naufragio è molto brutto
tanti, troppi sono morti.

Il nonno salva l’amico ferito
ed a nuoto s’allontana.
Oramai la guerra è già finita
pochi a casa son tornati.

Il nonno sa che questa vita
va difesa a tutti i costi.

Fabio Borgia

Superstite di Marina

È un marinaio: è solo.
Solo in balìa del mare
ed ha paura… paura di morire.

Il gigante d’acciaio, corazzata Roma,
sulla quale si trovava, al sicuro,
è sprofondata, al lancio di una bomba nemica.

Non sente più il suo corpo,
aggrappato ad un salvagente,
sente la fine, vicina.

Floriana Vittani · marinaio carpentiere

Alla Madre dei Marinai

È un’ora grave, triste della Patria. Bruciano i corpi e l’anime, ardono i cuor nell’ansia e nel dolore, fremono gl’inermi, tacciono i cannoni.

Braccati come lupi, là, sul mare, s’avvian in corteo lugubre sull’onde non più fide quattro brani di Patria. V’han nell’acciaio gli uomini temprato muscoli e cuore; è nel corteo il segno della Morte e della Gloria, v’aleggia cupa, sconfortante l’ombra della disfatta.

Una donna li attende, solitaria anima lagrimante sulla sponda, una donna li abbraccia nel suo sguardo, figlia d’Italia su straniera terra, una donna che, madre, nel suo cuore i sospiri e i lamenti d’altre madri rinserra e soffre.

Sgranano lenti come in un rosario, terribile rosario — in prigionia —, i giorni, i mesi; ma una donna sempre è con essi, con le provvide cure d’una madre a raddolcire col sorriso pio le miserie e gli affanni.

Ritta, minuta sulla sponda, ancora una fragile donna e un sacro drappo: Mamma Fortuna avvinta al tricolore. E li accompagna trepida con l’anima, Angelo di pietà, verso lor madri di cui per tanto tempo ha sommato gli affanni.

Madonna delle Grazie ha nome il sito, Signora dell’Amor chiaman quei morti Te, Donna Fortuna, Mamma di Mahon.

Prof. Giuseppe Vallebona · “L’Anima canta”, Gastaldi Editore, Milano 1954

Un naufrago ai compagni caduti

Un solino azzurro navigava a mezz’acqua come un’alga strappata allo scoglio. Nella calma di quel pomeriggio settembrino improvvisa la vampa rossa salì dal cuore squarciato della bella nave, salì a illividire di denso fumo il cielo; il rombo fu come un urlo immenso di dolore sovrumano.

E fu tutto un ribollir di salsa schiuma intorno al gorgo, aperto come una bocca di morte sul ventre vorace del mare. Mille e cinquecento i morti in un solo grande feretro d’acciaio ad adunghiare ancora le armi ed i comandi nell’ombra azzurra degli abissi.

Da capo Testa all’Asinara riecheggia la risacca lo strazio delle madri e delle spose e lo stupore doloroso degli orfani. Pregno di salso e macchiato di rosso un solino azzurro beve il calore del sole sui sassi della riva.

Italo Pizzo

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