Vincenzo Casini- R.N. Roma

L' 8 settembre 1943 ero imbarcato sulla nave da battaglia Roma alla Spezia. Per la precisione, dal 2 settembre, ero alloggiato negli apprestamenti logistici del campo sportivo della Marina insieme ad un plotone di marinai della Roma, costituito in funzione antiparacadutisti. Con noi c'erano altri due plotoni di marinai, dell'Italia e della Vittorio Veneto con identiche funzioni. I tre plotoni formavano una compagnia al comando del S. T. V. Codognola (Corso "Uragano"), anch'egli imbarcato sulla Roma, che sarebbe perito con la nave.

Era la seconda volta che lasciavo la Roma dato che, essendo imbarcato il 15 aprile, alla fine del corso in Accademia Navale, ne ero stato distaccato il 20 giugno per andare a sostituire temporaneamente un Guardiamarina ammalato del caccia Camicia Nera. Rimasi su questa unità per circa due mesi ed in questo periodo ebbi la soddisfazione di fare il sottordine all'Ufficiale di rotta che era il S. T. V. Bucceri, capo Corso del "Giobbe" e mio centenario. Il 25 luglio, alla caduta del fascismo, la nave cambiò nome in Artigliere. Rientrai a bordo sulla Roma nella seconda metà di agosto.

Ritornando alI'8 settembre, il mattino trascorse con il plotone intento alla manutenzione delle armi in dotazione (pistole, mitra e mitragliatrici leggere); poi nel pomeriggio inoltrato tutta la compagnia ricevette l'ordine urgente di ritornare a bor­do delle rispettive unità. Lasciammo quindi gli alloggiamenti e, per mezzo di camion, ci trasferimmo a Marola dove era ormeggiata la Roma!.

Rividi con piacere i miei compagni di corso (eravamo 14: 11 di S.M. Alvigini, Brozzu, Catalano Gonzaga, Gotelli, Guidotti, Meneghini, Rossi V., Scotto, Tropea, Vacca Torelli, ed io) e 3 del G.N. (Garbarino, Moscardini e Rabitti). Eravamo ben affiatati e conducevamo la vita di bordo in grande serenità ben consci tuttavia del particolare momento che stavamo vivendo.

A bordo era cominciata a circolare la voce secondo la quale le FF.NN.BB. si sarebbero mosse per andare a contrastare 10 sbarco degli alleati che era ormai in atto sulla costa salernitana. Ricordo perfettamente che ci fu un' esplosione di gioia da parte di tutti. Avevamo un solo pensiero: l'intervento delle nostre navi avrebbe certamente ostacolato le operazioni di sbarco anche se ci rendevamo conto che il compito sarebbe stato duro e difficile.

Ma I'euforia non durò a lungo. Di lì a poco infatti venimmo a conoscenza dell'armistizio e l'atmosfera divenne tristissima. Quale fosse questa atmosfera è sta­to ben riportato da Ruri Catalano Gonzaga nel suo libro "Per I' onore dei Savoia"  " Bastava scendere sotto coperta e gettare uno sguardo nel quadratino guardiamarina dove le risate, la spensieratezza erano sempre regnate sovrane, per rendersi conto che quella notte era solo silenzio, rotto da singulti. Le lampade accese illuminavano il disordine del locale; divise bianche, berretti, scarpe, sciarpe blu-azzurre ", bicchieri s ' accumulavano ovunque; le quattro cuccette avevano le lenzuola arruffate e lasciavano intravedere i pigiami; su di una con il volto affondato nel cuscino, un Guardiamarina singhiozzava nervosamente: era Armando Gotelli; un altro, Vincenzo Casini, sedeva riverso su di una poltroncina con gli occhi fissi nel vuoto e privi di espressione " )

Ricordo che il mio primo pensiero corse a mio fratello maggiore; Capitano di Corvetta, Primo D.T. dell'incrociatore Di Giussano, scomparso con la sua nave il 13 dicembre 1941; e con tale stato d'animo vissi le tragiche ore di quei giorni. Infatti, quando il 9 settembre, durante I' attacco aereo tedesco, trovandomi nella torre m. 3 del grosso calibro caddi in ginocchio investito da una tremenda esplosione (seppi poi che era deflagrato il deposito munizioni della torre n. 2 di medio calibro), mi segnai ed ebbi la netta percezione che di lì a poco avrei rivisto mio fratello al quale ero fortemente attaccato.

Quando mi ripresi, cominciò I' evacuazione del personale dalla torre, con la nave ormai molto sbandata. L'operazione di fuoriuscita fu resa possibile passando da] portellone del telemetro superiore, dato che il portellone corazzato inferiore di accesso alla torre era rimasto bloccato. Seppi poi che all'apertura del portellone aveva contribuito Vladimiro Rossi.

Uscito dalla torre, saltai in coperta, prendendo una gran botta all'anca sinistra, e corsi a poppa estrema essendo ormai in atto l'abbandono della nave. In mare c'era già molta gente e parecchi carley. Mi buttai a mare anch'io cercando di allontanarmi dalla nave che ben presto si capovolse mostrando le quattro eliche. Lo scafo si spezzò in due tronconi: quello di prora si infilò in acqua rimanendo quasi verticale, mentre quello di poppa sembrò vararsi in acqua.

Venni raccolto dal caccia Mitragliere dove mi assiste il S. T. V. Giorgio Spinelli (Corso "Giobbe") che conoscevo bene anche per la sua bravura di calciatore, il quale mi forzò a bere qualche sorso di cognac. lo obbedii anche se, a quel tempo, non ero abituato a bere liquori: da quel giorno non ho potuto guardare una bottiglia di "Vecchia Romagna" senza provare disgusto.

Poi i miei ricordi vanno alle ore di navigazione notturna, trascorse sulla tuga del pezzo di poppa del Mitragliere, assistendo Toni Meneghini, naufrago come me e ferito gravemente alla testa. Parlai a lungo con lui cercando di confortarlo. Insieme lanciavamo veementi imprecazioni alla luna ogni volta che faceva capolino tra le nuvole, illuminandoci a giorno. Temevamo infatti che favorisse la scoperta da parte di eventuali aerei in zona.

La mia resistenza fisica, anzi psichica, durò fino al giorno dopo, 10 settembre, quando arrivammo a Menorca, ormeggiandoci a Port Mahon. Venni ricoverato nell'ospedale della Base Navale spagnola, dove mi fu riscontrata una "neurosi acuta". Avvenne che il primo elenco di superstiti della Roma fosse fatto senza tener conto di quelli ricoverati, cosicchè la mia famiglia, venuta a conoscenza di questo elenco incompleto, mi considerò per qualche tempo come disperso. Mia madre visse giorni di angoscia indicibile perchè, dopo aver perduto due anni prima il figlio più grande, stava in pena anche per il terzo figlio, Capitano di Cavalleria, datosi alla macchia, braccato dalle SS e del quale non aveva notizie. Penso proprio che quei momenti, se furono tragici per noi, lo furono altrettanto per le nostre famiglie.

Del periodo di internamento spagnolo ricordo l'affettuosa comprensione e la bonarietà con cui fummo accolti ovunque. Di questo ho reso atto direttamente tutte le volte che sono tornato in Spagna. E non potrò certo dimenticare quel vecchietto che lungo i binari del nostro treno che stava per lasciare Caldas de Malavella per il rientro in Italia via Algesiras (N .d.R. il  9 luglio 1944 con I 'inc. Duca de!!li Abruzzi) si mise ad urlare "Adios, Italia y Espania siempre unidas contra todo el mundo!".

Posso dire adesso che quelle tragiche vicende provocarono in me incubi notturni per almeno dieci anni. In questo periodo ho terrorizzato coloro che dividevano con me il camerino di bordo sulle torpediniera Cassiopea (G.M. Porta delle "Raffiche") e Clio (S.T.V. Sculco) carissimo, indimenticabile amico.

In una sua lettera a Ruri Catalano in occasione della pubblicazione del libro " Per l'onore dei Savoia " Vincenzo Casini ringraziandolo di aver dedicato l'opera ai compagni di corso caduti con la Roma cosi scriveva:

Non puoi credere quanta commozione provi a ricordarli tutti ed in particolare Moscardini che aveva frequentato con me i quattro anni del Liceo scientifico di Livorno. Adesso, come scriveva la Medaglia d'Oro Com.te Giobbe, "sono in fondo al mare dove dormono il sonno eterno tra le alghe ed i coralli insieme a tanti marinai onorati " tra cui, aggiungo io, e con tanto orgoglio, il mio fratello maggiore.

Nel ricordo di loro vado spesso al Santuario della Madonna di Montenero, di cui sono devoto, e mi soffermo sempre in preghiera dinanzi alla fotografia della Roma mentre sta esplodendo, che il superstite Battaglini di Livorno ha voluto lasciare come segno della sua fede in ricordo della sua salvezza. Eccoti la bellissima dedica: "Avvolto dalle fiamme, mi rivolsi a Te, o Maria, e Tu mi salvasti.

Nei pericoli della vita, ancora a Te mi rivolgo: proteggi me, la mia famiglia, I 'Italia ".

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