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"Diario di un marinaio - Sulla corazzata Roma c'ero anch'io"
CLD Libri srl
L’ 8 SETTEMBRE, L’ARMISTIZIO E LA
TRAGEDIA DELLA “ROMA”
18.00 dell’ 8 settembre 1943 il Comandante
della ROMA che alzava l’insegna dell’Ammiraglio Carlo Bergamini,
nominato in aprile Comandante in Capo della Squadra Navale, per
interfono dette la notizia dell’avvenuto armistizio separato con gli
Alleati siglato a Cassibile. Un arruffato, furbesco armistizio, con il
quale gli alleati diventarono i nemici ed i nemici, alleati e che fece
dire al Generale americano David Maxwell Taylor, che partecipò alle
convulse trattative, “it’s an anwful jam, è un dannato pasticcio!”
Sulle navi dell’intera flotta ci fu
un’esplosione di gioia, perché tutti eravamo convinti che fosse giunta
l’ora di tornare a casa, che la guerra fosse finita, ma furono profeti
quegli aviatori tedeschi, una ventina, che avevamo a bordo per i
collegamenti con i loro aerei in volo, i quali, prima di sbarcare
all’una della notte del 9 settembre, dissero che il peggio doveva ancora
arrivare.
Un’ora dopo il Comando in Squadra, quindi la
nave ROMA, dette l’ordine alla flotta di salpare le ancore e muoversi
per destinazione ignota.
A questo punto bisogna ricordare le poche ma
eloquenti parole pronunciate dall’Ammiraglio Bergamini nel quadrato
ufficiali, prima della partenza.
“Intendo portare la flotta in un ancoraggio
italiano o in un altro ancoraggio al di fuori di ogni estranea
ingerenza. Non consegnerò mai le navi al nemico qualunque esso sia”. E
con un’ombra di malinconia in lui insolita, aggiunse.”Sento che non ci
vedremo più, bisognerà andare a picco”. E’il suo testamento.
L’Ammiraglio Bergamini, medaglia d’oro al
valore militare, morì il pomeriggio di quel 9 settembre 1943
inabissandosi con quasi tutto l’equipaggio della ROMA, centrata dalle
bombe radioguidate di una squadriglia di “Junker 88” tedeschi comandata
da un asso della “Ltwaffe”, il Maggiore Bernhard Jope.
La formazione aerea tedesca era composta da
quindici bombardieri a largo raggio decollati dalla base di Istres, in
Francia su ordine del Feldmaresciallo Hermann Goering, che nella notte,
subito dopo la notizia dell’ armistizio, aveva partecipato ad un
“summit” degli Stati Maggiori con Hitler.
Ogni “Junker” portava una sola bomba che
pesava millequattrocento chili e aveva un’ogiva d’acciaio speciale
adatta a perforare corazze molto spesse. Doveva essere lanciata a non
meno di 5.000 metri di altezza in modo che acquistasse, con l’alta
velocità di caduta, maggior forza di penetrazione.
Tutte queste informazioni furono rivelate
dallo stesso Maggiore Jope, in Germania dopo la guerra, in una
intervista rilasciata a giornalisti italiani ed inglesi.
L’Ammiraglio Antonino Trizzino, nel libro
“8settembre 1943-Pietà e tragedia”, di Alberto Giovannini, rende questa
testimonianza.
“Bergamini non sapeva nulla delle trattative
con il nemico quando nel pomeriggio dell’8 settembre le radio straniere
cominciarono a diffondere la notizia della resa. Più tradi gli fu
comunicato di partire per Malta e lì di consegnare agli inglesi le sue
navi, se stesso ed i suoi uomini.
La resa senza combattere per un uomo come
quello era assolutamente inconcepibile. L’ultima decisione di Bergamini
è nelle sue nobilissime parole pronunciate al momento della partenza”.
L’ordine di prepararsi a salpare fu la
riprova che ci eravamo illusi tutti quanti sulla pace ritrovata e così
da un’ora all’altra passammo dall’euforia ad uno stato di grande ansia
perché ora non sapevamo più chi fosse il vero nemico.
Verso le 3.00 del
mattino tutta la flotta prese il largo, navigando in perfetta formazione
di linea. In avanscoperta le corvette ed i caccia, poi le corazzate
LITTORIO, ROMA, VITTORIO VENETO e, dietro, altre corvette, quindi ai
lati gli incrociatori, scortati a loro volta dai caccia.
La navigazione procedeva tranquilla e
seguiva una rotta per 320° alla velocità di 20 miglia marine. Il cielo
era sereno e il mare calmo.
Ad un certo momento mi accorsi che la ROMA,
nave ammiraglia, stava accostando sulla dritta come per un’inversione di
marcia, ma nessuno ci fece caso, il pensiero fisso di tutti era
l’armistizio, la pace, la guerra, tutti si chiedevano cosa stesse
accadendo.
Poco dopo le quindici avvistammo uno stormo
di aerei tedeschi che continuavamo a rispettare come amici, tanto più
che la mattina altri aerei, stavolta inglesi, avevano gironzolato alla
larga dalle nostre navi, che peraltro avevano l’ordine di non aprire il
fuoco.
Gli aerei volavano molto alti sulla nostra
verticale e scintillavano d’argento riflettendo i raggi del sole.
Intorno alle 16.00, improvvisamente
avvertimmo un’esplosione. Era caduta la prima bomba radiocomandata “PC
1.400 X”, fra la poppa della LITTORIO e la prora della ROM. La flotta
assunse subito la formazione di battaglia ed entrarono in azione tutte
le artiglierie. Fu allora che capimmo la vendetta tedesca per l’avvenuto
armistizio.
La difesa contraerea risultò inefficace
perché i “Junker” erano lontanissimi e fuori tiro, ma continuavano a
scaraventarci addosso i loro micidiali ordigni radioguidati.
Uno di questi centrò il lato dritto della
nave proprio all’altezza del complesso 90/50 mm di cui io ero Capo
Impianto.
La bomba perforò il ponte di coperta e il
ponte corazzato di sottocoperta andando ad infilarsi nel deposito
proiettili di piccolo e medio calibro. Lo scoppio provocò una strage
riempiendo di fumo e gas tutta la mia zona.
Pochi istanti dopo arrivò la seconda bomba
che incuneandosi fra la torre di grosso calibro, la numero due, e il
torrione, andò ad esplodere proprio nella santabarbara dove c’erano le
cariche per i cannoni da 381 mm! Il torrione fece da canna fumaria
bruciando vivi tutti quelli che erano ai posti di combattimento. Una
colonna di fumo nero alta più di 2.000 metri si alzò sulla ROMA.
Lo sconquasso dell’intera nave fu
impressionante, spaventoso, apocalittico e centinaia e centinaia di
uomini morirono in quel preciso istante, in una vampata che avvolse
l’intera nave.
Morirono così l’Ammiraglio Bergamini e tutti
gli Ufficiali di Stato Maggiore. Nonostante lo sfacelo, in plancia
comando ormai sventrata e invasa dalle fiamme, c’era ancora qualcuno che
dava un segno di vita.
Era il Comandante Medenich il quale per
telefono mi ordinò di soccorrere con i miei uomini quelli che erano
rimasti intrappolati nel secondo deposito di munizioni di piccolo e
medio calibro.
Nella grande concitazione di quei momenti
altamente drammatici il Cannoniere Fraboni ha una crisi di panico, si
rifiuta di obbedire al mio ordine e me non resta altra scelta che
ricorrere alla massima energia e durezza.
“E’un ordine superiore, Fraboni, se rifiuti
di eseguirlo ti spacco la testa con questo martello”, gli urlo
indicandogli la grossa mazza che serravo fra le mani, “e questo valga
per tutti!”
Stavo andando al boccaporto per scendere
sottocoperta, quando ci fu un’altra tremenda esplosione ed io fui
avvinghiato da una vampata di fuoco e scagliato in aria.
Ripresomi dallo choc, riaprii gli occhi e mi
apparve una scena spaventosa. Erano saltati in aria i depositi delle
munizioni di piccolo, medio e grosso calibro insieme alle quattro
caldaie che erano alla massima pressione.
Vicino a me, quasi irriconoscibile,c’era
Domenico Lucchiari, il cannoniere di Venezia che mi era affezionatissimo
e mi guardava inebetito. Si chinò su di me, mi accorsi che parlava, ma
non capivo nulla, nella testa avevo soltanto un tremendo ronzìo.
“Domenico, aiutami! Non posso camminare, ho
le mani bruciate. Trovami un salvagente…”.
Lo vidi allontanarsi, barcollante, verso
poppa e capii che stava andando incontro alla morte.
“Non andare là, Domenico, resta qui, ci
salveremo!...”
Lucchiari non capiva ormai più nulla,
balbettava, tremava, lo vidi scavalcare la seppietta del Comandante che
per lo spostamento d’aria s’era messa di traverso alla coperta e
scomparve.
Ero stordito, non mi rendevo conto delle mie
condizioni, non sentivo alcun dolore, ma poi m’accorsi che avevo
entrambe le caviglie rotte e dal malleolo del piede destro fuoriuscivano
pezzi d’osso. Anche la fronte mi sanguinava per una ferita alla tempia e
su quasi tutto il corpo avevo varie ustioni.
Non avevo un salvagente, quindi ero
destinato a morte certa, ma come per miracolo mi cade addosso il
cadavere dilaniato di un marinaio che lo indossava.
Feci appello a tutte le forze di cui ancora
disponevo, strappai il salvagente a quel poveretto e con il
provvidenziale aiuto del Sergente Serio, Capo Impianto del pezzo 1 da 90
mm, me lo allacciai.
Poi, non so come, raggiunsi un piedistallo
del pezzo da 90/50 mm e mi sedetti, sfinito e ammutolito. Da quella
posizione vidi vagare davanti a me come tanti spettri uomini allucinati,
impietriti, vidi morire anche il Tenente di Vascello Gentini, poco amato
per la sua mania di elargire massimi di rigore per fesserie. Stava
letteralmente bruciando e cadde, ucciso, sbattendo la testa sul
trincarino.
In quell’inferno di fuoco, fumo, vapori e
schianti m’apparvero il signor Medenich “il Signore lo perdonerà perché
eroicamente caduto al servizio per la patria” completamente bruciato e
cieco, il signor Incisa, Secondo Direttore di tiro e tanti altri di cui
non conoscevo il nome, ma il grado e la specializzazione…
Il mio cervello deve aver poi cessato di
funzionare, poiché non ricordo più nulla. Fatto sta che mi ritrovai in
mare sballottato dalle onde, tremante per le ferita e per la febbre che
mi divorava e che forse, a volte, mi faceva delirare.
La ROMA affondò al largo dell’Asinara, zona
di mare nota per le forti correnti. Con ogni probabilità fu proprio la
corrente che mi salvò trascinandomi a più di una cinquantina di metri
dalla corazzata che ferita a morte stava sprofondando in un immenso
vortice.
Piangendo assistetti a quella scena
indescrivibile e indimenticabile. La più bella corazzata del mondo,
mugghiando e sibilando sinistramente,
si rovesciò mentre fontane d’acqua sprizzavano dappertutto e nuvole
di vapore e fumo si sprigionavano dalla sua mastodontica chiglia. Poi si
spaccò in due tronconi e in pochi minuti scomparve portandosi dietro
1.326 uomini. Altri 596 furono ricuperati in mare dai soccorritori e tra
questi c’ero anch’io.
L’Ammiraglio Oliva, che comandava la
corazzata ANDREA DORIA, segnalò alle altre navi di aver assunto il
comando della Squadra portando il suo comando sul PRINCIPE EUGENIO.
In successivi attacchi tedeschi una bomba
colpì anche la corazzata ITALIA, già LITTORIO, che imbarcò acqua e
dovette rallentare la sua velocità di crociera.
Dopo due ore dal disastro la Forza Navale
ricevette ordine di dirigere sul porto di Bona in Algeria e per
l’Ammiraglio Oliva la notizia fu preziosa poiché solo Bergamini,
scomparso con la sua nave, sapeva quello che la flotta avrebbe dovuto
fare.
La 12° Squadra cacciatorpediniere, il REGOLO
ed il gruppo PEGASO recuperarono i superstiti della ROMA, quindi il
gruppo MITRAGLIERE, composto dai caccia MITRAGLIERE, FUCILIERE,
CARABINIERE e REGOLO, agli ordini del Comandante Marini, che non aveva
alcuna disposizione su cosa fare, tentò di contattare le altre unità, ma
non ricevette alcuna risposta. Il comandante Marini, d’accordo con i
Comandanti delle altre unità, escluse l’idea di portare le sue navi in
porti angloamericani non ritenendolo un atto conforme alle tradizioni
della Regia Marina e dunque decise di fare rotta sulle Baleari, dove
giunse all’alba del giorno successivo. Queste navi furono internate
dalla Spagna e dopo 16 mesi restituite all’Italia.
Ultimato il salvataggio dei naufraghi della
ROMA, anche il PEGASO, l’IMPETUOSO, l’ORSA, ripresero la navigazione
agli ordini del Comandante Imperiali il quale, dopo aver molto
riflettuto, giunse alle stesse conclusioni del Comandante Marini e,
sentito il parere dei Comandanti dell’IMPETUOSO e dell’ORSA, ordinò di far rotta sulle Baleari. Imperiali
ordinò poi l’autoaffondamento del PEGASO e dell’IMPETOSO.
Un’inchiesta condotta a guerra finita dalle
autorità della Regia Marina, ritenne conforme alle leggi dell’onore il
comportamento di quegli ufficiali e di tutti i Comandanti che
rifiutarono di consegnare intatte le loro navi. Seppure con un solo
occhio, scruto l’orizzonte sperando di vedere qualche soccorritore, una
scialuppa, un battello qualsiasi. Niente. Vicino a me c’è un marinaio
che non è capace di nuotare, ma sta perfettamente a galla senza
salvagente. “Ma come fai?” gli chiedo. “Ho un
morto fra le gambe e spero di non perderlo perché per me sarebbe la
fine”. In campo di concentramento l’ho cercato tante volte, ma senza
esito. Di certo quel morto che cavalcava se lo è portato dietro. Dopo
quattro ore dal disastro, alle 20.30, fui finalmente avvistato da una
lancia del cacciatorpediniere FUCILIERE che insieme ad altre navi della
flotta incrociava nella zona per le operazioni di soccorso. I marinai
della lancia mi tirarono a bordo e mi trovai disteso su un groviglio di
corpi, molti feriti, altri morti, ma non era certo il caso quello di
guardare a tante sottigliezze. A bordo del FUCILIERE non c’erano
medicinali adatti a curare tanta gente ridotta in quelle condizioni, per
cui le medicazioni furono molto sommarie. Ma l’equipaggio fu ammirevole
e si prodigò in ogni maniera per aiutarci. Molti feriti comunque
morirono di lì a poco e fra questi, mi dissero, c’era anche Domenico
Lucchiari. La notte successiva, verso le due, ci fu un allarme aereo e
il cielo si illuminò di bengala. Erano i tedeschi che ci cercavano. Ci
fu anche un allarme sommergibili, ma fortunatamente tutto filò liscio e
senza conseguenze. Sbarcammo a Port-Mahon, nell’isola di Minorca, il
mattino del 10 settembre 1943. Una motolancia della Marina spagnola ci
portò sull’isolotto del Rej, dove c’era l’ospedale militare. L’ospedale
aveva soltanto sessanta posti letto e i sanitari quando videro arrivare
tutti quei feriti restarono sbalorditi e preoccupati non sapendo come
fare a ricoverarli. I feriti leggeri furono medicati e mandati alla Base
Navale, ma i più gravi furono sistemati nei letti disponibili. Io, che
arrivai più tardi, non trovai posto e fui messo su una lettiga nella
stanza dei servizi igienici dove rimasi per tre giorni in attesa che
qualcuno morisse. Intanto i medici mi suturarono la ferita alla testa e
quando ebbi il regolamentare posto-letto mi portarono in sala operatoria
per togliermi le schegge di ferro e osso che erano nel malleolo. Fui
operato senza alcuna anestesia, avendone l’ospedale esaurita ogni
scorta, quindi solo un fazzoletto in bocca e stringere i denti!
Mancavano anche molti altri medicamenti e le ferite stentavano a
rimarginarsi. I medici, sia spagnoli che italiani, questi ultimi erano
ufficiali medici di navi italiane internate, si prodigavano facendo
l’impossibile, ma dal continente spagnolo i rifornimenti di medicine non
arrivavano mai e quindi bisognava adattarsi e sperare in Dio. La Spagna
era uscita da una lunga e sanguinosa guerra fratricida, perciò c’era
solo lo stretto necessario per vivere e tutto a tessera. Ma la mia
ferita più grave, per la quale non esistono medicamenti di sorta, era la
lontananza dalla Patria, dalla famiglia, dagli amici, da tutto ciò che
ci appartiene per nascita. In Italia avranno saputo quel che ci è
successo, conosceranno la verità su chi è morto e chi è vivo? Dicono che
la Spagna ha rapporti con la Santa Sede e con la Croce Rossa
Internazionale e che per dare o ricevere notizie passano settimane o
mesi.
Cerchiamo di ovviare a queste angosce con i
ricordi della vita a bordo, rievocando i giorni di franchigia nelle
numerose città portuali, insomma i giorni lieti.
Con la presente la nostra società autorizza la riproduzione di un
estratto
dal volume ³Diario di un marinaio - Sulla corazzata Roma c¹ero anch¹io²
di
Guido Bellocci, edito da CLD nell¹anno 2001, riguardante il capitolo
dedicato all¹affondamento della Regia Nave Roma.
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