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| Gino Battaglini
L'affondamento
da: "Marinai in Guerra 1940-45 diari di tre ventenni" a cura di Guido Alfano BLU edizioni Secondo
alcuni le batterie del golfo, ormai in mano dei tedeschi, hanno aperto il
fuoco contro di noi. Altri, al contrario, affermano che, proprio in questo
momento, è arrivata la notizia che pure la Germania ha chiesto
l'armistizio e quindi rientriamo a La Spezia. Ciò però è ben presto
smentito: la rotta che portiamo fa supporre che siamo diretti in Spagna.
Gli RT assicurano di aver chiamato Roma per radio senza ottenere risposta.
Quindi per precauzione dovremo tenerci in aperto mare in attesa di ordini.
L'ufficiale di rotta è molto agitato e non si pronuncia. Non
cambiando direzione siamo sempre più persuasi di dirigere verso la
Spagna, e francamente questo sarebbe il desiderio della maggioranza; non
pochi però affermano che siamo diretti in Africa settentrionale. Le nostre
perplessità vengono maggiormente confuse nell'avvistare, ben lontani da
noi, due apparecchi alleati da ambo i lati. Dal microfono, alloro apparire,
viene dato l'ordine di vigilare e di seguire con attenzione ogni loro
mossa. Fra noi invece nessun turbamento, anzi, quasi quasi li seguiamo con
simpatia: ci danno l'impressione che veramente sia arrivata la pace. Mentre il
personale di guardia esegue l'ordine con tanta tranquillità, quello libero
dal servizio si è sparso per la coperta a prendere sole, quasi fosse in
villeggiatura. Si notano anche da qualche parte alcuni gruppi di marinai
che cantano allegramente: sembra di essere in una crociera di piacere. La
tranquillità viene però improvvisamente interrotta dal lontano rumore di
apparecchi e dalla voce di una vedetta che grida: «Aerei tedeschi sulla
nostra verticale». L'ammiraglio,
il comandante, diversi ufficiali e gran parte dell'equipaggio, chi col
binocolo e chi ad occhio nudo, tutti guardano in alto: cinque apparecchi
tedeschi (JU 87) sono sulla nostra verticale. Dal microfono si
susseguono ordini alle vedette ed al personale addetto alle mitragliere
di tenersi pronti. Nessuno pensa che ci attaccheranno; si mantengono,
infatti, ad una altezza di oltre 5000 metri. L' ordine è di aprire il
fuoco se essi per primi attaccheranno. Ad un tratto si avvista sotto un
apparecchio una striscia bianca: sembra una fumata. «Ha fatto un segnale»,
grida una vedetta. lo mi precipito a cercare il codice dei segnali per
decifrarne il significato. Pochi secondi dopo si vede, a poca distanza
dalla poppa della nave Italia (ex Littorio), un'immensa
colonna d'acqua. Non vi sono più incertezze: tutti comprendiamo il
significato della «fumata» e diamo la risposta con le nostre contraeree. Come in un
baleno quella calma, che fino ad ora è stata esemplare, si cambia in
spavento. Tutto il personale è in subbuglio. Mai mi ero trovato in mezzo
a tanta gente così terrorizzata: non si capisce più nulla. Chi corre a
sinistra, chi a dritta, chi si precipita giù per le scale, chi a grande
velocità le sale. Gli ordini per altoparlante si susseguono. Il forte
rumore delle antiaeree sembra che spaventi ancora di più. lo sono
sull ' aletta destra della plancia segnali e seguo col binocolo gli aerei.
Improvvisamente vedo che un altro apparecchio ha sganciato. Ma non solo io
l'ho notato, infatti, la voce di alcune vedette gridano: «Attenzione
hanno sganciato!» In un attimo poso il binocolo e mi guardo intorno:
non c'è più nessuno. Faccio per entrare nella plancia comando:
impossibile; la porta corazzata è chiusa. Che spavento! Afferro la
ringhiera per scendere le scale: come un forte terremoto scuote tutta
la nave. Mi sento afferrare per il petto da qualche cosa invisibile,
mancare la terra sotto i piedi e scaraventare contro il torrione: mi
ritrovo per terra stordito. Che cosa è mai avvenuto? Una grossa
bomba-razzo (calcolata poi di circa 2000 kg,
magnetico-radiocomandata) è caduta sulla dritta al centro della nave,
poco distante dalle due ciminiere. Ignoro il
danno causato; probabilmente nessuno lo saprà mai con esattezza. Gli
effetti sono disastrosi: la nave improvvisamente si blocca. Per oltre due
minuti manca la corrente. La bomba,
perforando la coperta e la corazza del primo e secondo corridoio, è
andata ad esplodere nelle caldaie. A stento
io riesco ad alzarmi. Mi tasto come per sentire se ho in me qualche cosa
di rotto e se da qualche parte perdo sangue. Afferro nuovamente la
ringhiera e scendo a volo le scale: davanti la piccola porta che introduce
nel torrione vi sono cinquanta, sessanta marinai che, in preda allo
spavento, si spingono per entrare. All'entrata c'è l'aiutante maggiore
che a stento cerca di mantenere l'ordine, invitando quei poveretti ad
entrare uno alla volta. Guardo per
un istante quel terribile spettacolo e penso al gran numero di persone
che già sono entrate: se dovremmo essere obbligati ad abbandonare la nave
d'urgenza, in quale difficoltà verranno a trovarsi? In quattro
salti salgo nuovamente le scale e indosso il salvagente, che ancora non
tengo, mi sembra di impazzire. Mi soffermo un istante con gli occhi
rivolti in alto, forse per cercare di rintracciare quegli apparecchi. Nel
vedere il cielo tanto bello mi
viene spontaneo implorare quel Dio in cui tutti cerchiamo soccorso nei
momenti di gravi difficoltà. Mi esprimo con poche parole, ma con una fede
che fino ad ora non ho mai avuta. Mi pare di respirare meglio e di essere
più tranquillo. Alzo lo sguardo verso la plancia ammiraglio: vedo
l'ammiraglio Bergamini ed il contrammiraglio Caracciotti: stanno
osservando attentamente il punto colpito dall'ordigno. A pochi passi,
sulla plancia comando, c'è il comandante Del Cima che sta seguendo col
binocolo i cinque apparecchi che gironzolano sulla nostra verticale,
restando oltre il tiro delle nostre contraeree. Intanto,
in pochissimi minuti, viene messa in funzione la corrente elettrica di
emergenza: sembra tutto riattivato. Mi sento
chiamare: un marinaio segnalatore che è rimasto in plancia segnali, mi
avvisa che l'ufficiale alle comunicazioni sta chiamando al telefono.
Rispondo con urgenza: ordina di alzare il segnale V16 (velocità 16 nodi).
Pochi secondi e l'eseguo. Francamente
quest'ordine mi rincuora non poco: se la nave può affrontare tale
velocità significa che il danno subito è stato almeno in parte riparato. Con una
certa tranquillità riprendo il binocolo e cerco di rintracciare gli apparecchi,
ma pochi istanti e vengo distolto dallo squillo del telefono: viene ordinato
di alzare un segnale che riguarda la rotta. Causa il rumore delle contrae
ree non comprendo bene e chiedo di ripetere. Sto ancora parlando e la nave
è rovinosamente colpita da una seconda bomba: mi sento volar via di
mano il microfono... mi sembra di sprofondare. Ad un tratto mi pare di
battere fortemente contro il suolo: mi ritrovo disteso per terra fra
registri, codici, quadri, bandiere. . . in quella piccola stanzetta si
è verificato il finimondo; anche i telefoni, che erano attaccati alla
parete con bulloni d'acciaio, sono parzialmente staccati. Sebbene stordito
ed in diverse parti del corpo dolorante, alla meglio mi alzo. Mi accingo
ad uscire dalla piccola porta: mi sento aggrinzire la pelle della fronte
e bruciare i capelli, una grossa fiamma mi impedisce di uscire. Se voglio
però salvarmi devo tentare lo stesso. Davanti
alla plancia segnali vi è una piattaforma molto grande, sia da destra che
da sinistra è collegata alla plancia comando tramite due alette. Il tutto
è stato costruito intorno all'albero segnali. Metto
quindi un piede su un angolo della soglia, porto una mano sugli occhi e,
con uno scatto, esco, indirizzandomi immediatamente sull ' aletta alla mia
sinistra. Faccio pochi passi e mi pare d'impallidire: mi si presenta una
scena terrificante. La nave ha ormai ricevuto il colpo mortale. La
micidiale bomba dicesi sia penetrata attraverso il fumaiolo di prora e
sia andata ad esplodere nella santabarbara (deposito munizioni dei 381). La torre
corazzata sita davanti alla torre comando, calcolata di 2000 tonnellate, è volata
via, quasi fosse il tappo di una bottiglia di spumante. Il torrione, che
senza dubbio ha fatto da fumaiolo, ingoiando quel vapore infuocato
provocato dall'esplosione, emette un forte calore ed è pericoloso
accostarlo e, quello che è peggio, pende paurosamente. Anche la
ciminiera di prora, confinante con la plancia segnali, è sparita:
dall'infossamento lasciato esce fumo oscuro e aria arroventata. Chi, delle
navi di scorta, ha potuto assistere all'immane spettacolo ha raccontato
che il boato è stato terrificante e la fumata ha raggiunto circa 1500
metri d'altezza. Ciò che la catastrofe ha provocato contro le persone
non è facile poterlo descrivere. A pochi
passi da me, a breve distanza l'uno dall'altro, giacciono due marinai:
sono irriconoscibili. Le loro vesti stanno ancora bruciando. La faccia è
di color marrone scuro: sembrano carbonizzati. Dalla plancia ammiraglio un
marinaio è rimasto impigliato per una gamba e resta penzoloni con la
testa all'ingiù, dalla sua bocca esce un piccolo lamento: non è però un
grido di soccorso, è una tragica agonia. Lo guardo, cercando di
riconoscerlo: anche lui è irriconoscibile per le ustioni. Cammino a
stento e devo cercare di non avvicinarmi troppo al torrione per non
arrostirmi ulteriormente. Guardo
verso la prora e non vedo che fumo e fuoco. Mi volto
verso la poppa e noto che alcuni uomini sparpagliati corrono in preda
allo spavento e odo alcuni spari a piccoli intervalli. Mi
avvicino alla scaletta per discendere e guardo in basso sulla coperta
della nave: gli occhi fissano uno spettacolo spaventoso, intorno alla
mitragliatrice vi sono alcuni marinai distesi per terra, sono morti. Mi
volto poi e guardo l'incavo della scaletta che sto per discendere. Lì in
fondo, cioè all'entrata del torrione, mi si presenta uno spettacolo
ancora peggiore: una catasta di uomini, uno sull'altro, tutti orribilmente
ustionati. Non si capisce se sono carne maciullata o se sono uomini.
Alle vesti di alcuni è ancora appiccato il fuoco. Anche
lungo le scale vi sono diverse fiammelle. Indugio a
proseguire, ma non vi è via di scampo; devo scendere, è l'unico modo
per cercare di salvarmi. Sarà triste dover passare sopra quei poveretti,
ma quale altra soluzione ho? La mia abitudine era di posare le mani
sulla ringhiera, alzare le gambe e scivolare giù. Incapace
ormai di riflettere, vorrei ripetermi come ai bei tempi: poso quindi a
mano destra sulla ringhiera e. . . non l' avessi mai fatto. La pelle
della mano mi si stacca e scivola giù a grande velocità: quel passama10
è rovente. Inizio così a scendere camminando. Pochi passi e mi sento
avvol'ere da un fuoco invisibile: mi sembra di soffocare. Con la mano
sinistra mi stringo la
gola, quasi volessi strozzarmi. . . volgo gli occhi al cielo e mi rivolgo
nuovamente a Dio; ma non con una preghiera, soltanto per raccomandare il
mio spirito: sono ormai esausto ed ho perso ogni speranza. A questo
punto perdo la conoscenza. Mi ritrovo
bambino in aperta campagna, mi tiene per la mano destra una donla
vestita in celeste chiaro. In un primo momento sembra mia madre, ma non è
ei: è una signora molto alta, cammina in fretta. . . corre. . . corre
sempre più forte, mi trascina e mi stringe la mano, recandomi molto
dolore. La guardo e grido: (Lasciami andare», e così urlando ritorno in
me. Mi ritrovo
a scendere l'ultimo scalino dell'ultima scala. Guardo intorno per
accertarmi dove mi trovo e se mi è vicino qualcuno: non vedo che fumo e
fuoco. Miracolosamente o per impulso naturale, non lo so, ho disceso tre
scale invase dal fuoco. Ora sono già sulla coperta della nave. Non mi è
facile descrivere lo stato in cui mi trovo e il dramma che mi circonda. Nel
mio interno sembra d'incendiare. Dal naso non riesco a respirare. La
fronte, le orecchie, i capelli, le braccia, le mani, le gambe. . . tutto
il corpo è fortemente ustionato. La pelle
delle braccia e mani è completamente staccata, rimanendo penzoloni appesa
alla punta delle dita: può misurare circa mezzo metro. Ai pantaloni è ancora
appiccato il fuoco, che seguita ad ustionarmi le già arrostite gambe e
ginocchia. Non vedo che da un solo occhio e poco ma, quello che è
peggio, la pelle staccatasi dalla fronte mi ostacola maggiormente la vista. Non ho più
forza di reggermi in piedi, pur tuttavia seguito a fare qualche passo
vicino alle draglie, barcollando, come per cercare il punto più opportuno
per gettarmi in acqua. Pochi
passi e raggiungo il punto dove è caduta la prima bomba. Seduto lì per
erra, sull'orlo dello squarcio, vi è un ufficiale, anche lui
completamente ustionato, la sua faccia sembra rossastra, tiene in testa
il berretto di capitano. Lo riconosco: è il signor Licio Gentini, di
Livorno. Nel vederlo così mal conciato non 10 il coraggio di rivolgergli
parola. Resta lì fermo con gli occhi fissi verso il mare. Non si muove
affatto. Sembra una statua. Attende certo che la nave, ormai fortemente
sbandata, si rivolti, per scomparire con essa. Non solo
lui però, diverse altre persone, più o meno ferite, sono appartate in
qualche angolo, aspettando la tragica fine. Anch'io vengo colto da uno
scoraggiamento tremendo. poiche non si vede nelle vicinanze alcun mezzo
di salvataggio, stanco e
demoralizzato come sono, mi siedo lì per terra con le spalle verso la
poppa: vorrei fare la stessa fine, per quale ragione dovrei gettarmi a
mare? Nello stato in cui mi trovo, come potrò salvarmi? Quale sarà la
reazione delle mie ferite al contatto dell'acqua salata? Quale terribile
fine dovrò affrontare, morendo poco a poco, sbattuto dalle onde? Quindi mi
siedo. . . prendo questa decisione nella completa tranquillità d'animo,
so infatti, di aver fatto tutto il possibile per salvarmi: mi sento sereno
anche di fronte alla mia fede in Dio. Quello che vedo
non mi incoraggia certamente: sulla nave vi è ancora un via vai di
uomini, alcuni più o meno ustionati, che corrono sparsi in qua e là, in
cerca del punto più opportuno per gettarsi in mare. Nel frattempo trovo
occasione per distrarmi; con la pelle che pende dalle mie dita cerco di
eliminare quelle piccole fiammelle che ancora sono intorno ai pantaloni. Pochi minuti
passano e, volgendomi verso il mare, vedo non tanto lontano, una nave che
si avvicina. . . ne vedo altre due. Immediatamente tornano alla mente
quei soliti pensieri familiari. Ma soprattutto riviene il desiderio di «vivere». Do uno sguardo
ancora a quei poveretti che cercano di mettersi in salvo e penso al
dolore che avrei dato ai miei cari con l'annunzio che si usa dare alle
famiglie: «Vostro figlio risulta disperso in mare». Guardo di nuovo
quelle navi: mi sento scombussolato. Non tardo però a prendere la più
saggia decisione. Cerco di
alzarmi: non mi è possibile, ricado seduto. La testa mi gira fortemente e
le gambe non mi reggono. Insisto però e alla meglio mi ritrovo in piedi,
sebbene sembra che le gambe mi si spezzino in due. N on mi do per vinto.
Con una forza di volontà quasi sovrumana riesco a muovermi e camminare. Vedo poco
lontano un marinaio privo del salvagente: lo invito a sciogliere uno
zatterone che ancora è rimasto a bordo, con la speranza che anch'io possa
approfittarne. Che delusione!
Non è ancora in mare che è pieno di naufraghi. Non posso indugiare:
devo andare verso la poppa. poiche l'ultimo
tratto della nave, chiamato passaggio ufficiali, in relazione alla
coperta, è situato in bassopiano, penso che ivi mi sia più facile
gettarmi in mare. Ma come raggiungerlo? Il motoscafo
dell'ammiraglio, per lo spostamento d' aria, si è fortemente spostato
ed impedisce di proseguire. Un marinaio si
presta a darmi un aiuto. . . non so come abbia fatto. Mi ritrovo pertanto
sui primi gradini della scala che conduce al passaggio ufficiali. Mi guardo
intorno: a poca distanza vedo un raggruppamento di marinai, con o senza
salvagente indossato, tutti timorosi a gettarsi in mare. Non mi è
possibile scendere a basso: è tutto allagato. Risalgo lo scalino e, in Non è
come pensavo. L'acqua, invece di recarmi dolore, mi rinfresca completamente,
ho un momento di sollievo. Un forte
flusso mi allontana dalla nave. Un vero miracolo. Non sono
che pochi metri dalla poppa, che quella carcassa si volta sottosopra: mi
ricopre un grosso schizzo d'acqua provocato dall'impatto. Avessi indugiato
ancora per pochi secondi, sarei certamente sparito con la nave. Non ho la
voglia ne la forza di nuotare.
Rimango lì fermo in balia delle onde, con lo sguardo rivolto verso la
nave, restando
a galla soltanto grazie al salvagente: voglio accompagnarla fino
all'ultimo stante. Il cuore
mi batte forte forte. Fisso quella chiglia che pochi giorni prima avevo
vista in bacino a Genova e tre anni fa avevo ammirata in cantiere a
Trieste, dove avevo partecipato, fra feste e allegria, al suo varo. Che
pena vederla ora perire così tragicamente, portandosi nella tomba
immensa del mare tanti figli di mamma. Centinaia di marinai, sparsi per il
mare, guardano con me quella che fu la no:tra cara casa, quasi le si
volesse dare ancora una speranza di vita. Ad un
tratto sento un forte prolungato boato: il Roma si spezza in due
tronconi, la prora e la poppa si alzano verticalmente. Quest'ultima si
gira piano pia10 su se stessa, tanto che i due spezzoni mostrano il
sopra della nave (la coperta): mi sento agghiacciare il sangue. Sono
momenti di brividi: pochi però. . . i due tronconi infatti in pochi
secondi Tengono inghiottiti dal mare. Quanto
lutto porta all'Italia, che con sì tanti sacrifici l'ha costruita. Quante
mamme, padri, mogli, figli, fidanzate, fratelli, sorelle, parenti. . .
quanti dovranno piangere i loro cari. Ignoro il
numero dei morti; ma, pensando che pure io potevo mettere in luto i miei
cari, rabbrividisco. Mi provo a
nuotare un poco: non ne ho la forza. Sono più morto che vivo. Il mare
è pure abbastanza mosso. Fra una
montagna d'acqua e l'altra vedo alcune lance di salvataggio. Come fare
però a raggiungerle? Da tutte
le parti si odono grida di disperazione e pianti di invocazioni di soccorso.
Siamo circa 250 fra feriti leggeri e gravi, alcuni addirittura moribondi
ed altrettanti completamente sani, diversi anche senza salvagente, alcuni
nuotano disperatamente, altri hanno trovato, chi sa come, qualche
tavolaccio e si arrangiano un poco alla meglio. Vi è pure chi cerca di
afferrarsi a qualche altro, che a stento
riesce a mantenersi a galla, grazie al salvagente. Fra questo formicolio
di uomini ve ne sono altri un poco più fortunati, riuniti su zatteroni,
pieni zeppi, galleggiano in balia delle onde, in attesa che li avvisti
qualche nave. Le lance
di salvataggio passano fra mezzo a questi poveretti, cercando di dare la
precedenza ai più gravi. Non è
certo facile poter descrivere questa straziante scena. Dopo circa
cinquanta minuti mi si appressa una motolancia: io sono completamente
stremato, non ho la forza nemmeno di parlare. Si gettano
in mare due marinai ed alla meglio riescono a trarmi in salvo, alzandomi
di peso. Batto i denti dal freddo. Per le ustioni non riesco a stare seduto.
Con tanta delicatezza alla meglio mi sistemano. Un
marinaio, immaginando che io non possa udire, dice ad un altro, guardandomi:
«Andiamo a bordo, guarda, fra poco muore». Mi sollevo un poco. Vorrei
dire qualche cosa. Quell'atto per me è un grave sforzo: ricado giù
stordito. Non ricordo altro. Arriviamo
sottobordo al Fuciliere, un cacciatorpediniere da cui dipendono i
miei soldati. Vengo trasportato di peso sulla nave tra una infinità di
sofferenze. Il sergente
infermiere di bordo, per non sottopormi ad ulteriori sofferenze, taglia
con le forbici le mie vesti e la pelle che tenevo penzoloni dalle mani e
da altre parti del corpo, quindi mi sottopone ad una piccola medicazione
e mi fascia quasi completamente. Vengo avvolto in una coperta di lana ed
adagiato su un divano nel quadrato ufficiali, improvvisamente «sala
medica». Sono
tormentato da una terribile sete e da un gran freddo. Vengono messe a
disposizione dei naufraghi molte bottiglie di cognac: ne bevo forse un
litro. Il freddo
passa, ma la sete aumenta. «Acqua»,
grido io. «Acqua», gridano altre voci. «Cognac», chiedono altri.
Quanti lamenti in quella piccola sala. Saremo una
quarantina: udire quelle voci è uno strazio. Che triste
serata è questa. Grazie al
cognac che ho bevuto finalmente mi addormento, ma non posso certo dire
che riposo. Durante la
notte subiamo alcuni attacchi aerei, io però sono «assente»; non faccio
altro che piangere ed implorare. Ogni tanto mi sveglio aggredito da fantasmi
e strilli. Ad un sogno brutto ne segue un altro peggio. Data la
grande arsura che mi strazia, non faccio altro che chiedere da bere. Pure
dormendo lo chiedo. Faccio un
sogno, adeguato alla circostanza: mi pare di trovarmi in un deserto. Non
mi reggo in piedi dal caldo e dall'arsura. So che a poca distanza vi è
uno zampillo d'acqua. Barcollando arrivo sul posto: acqua non ce n'è. Mi
metto a scavare per terra:
finalmente ne trovo un poco. Faccio per bere: si avvicina un uomo con
grossi scarponi con i chiodi e mi pesta le mani, impedendomi di toccarla.
Preso dallo spavento mi metto a correre: il suo cane mi raggiunge e mi
azzanna le mani ed i polpacci, facendomi cadere. A stento riesco ad
alzarmi: mi ritrovo solo in un paesetto di fronte a una fontanella che
versa acqua a gocce. Ho con me un bicchiere: dopo lungo tempo riesco a
riempirlo per metà. La mano mi fa così tanto male che non riesco a
reggerlo, mi cade e si rompe. Crollo per terra sfinito. . . mi sveglio
gridando. Ancora
vagheggiando mi sembra di essere sul Roma. Siamo a La Spezia.
Stiamo parlando di una grande battaglia, sostenuta e vinta. La nostra nave
però è rimasta soltanto mezza: trovo meraviglia di come abbiamo potuto
entrare in porto così mal conciati e come abbiamo fatto a non
accorgercene prima. Siamo attesi da
un dottore: ne approfitto subito per raccontargli delle mie ferite alle
mani; pur ricordandomi bene che sono stato calpestato e aggredito da cani:
vorrei essere dichiarato ferito di guerra. Ogni mattina
vado a passare la visita, non riesco però a convincere il medico che mi
sento male veramente e non posso lavorare: sempre mi risponde che è una
cosa da poco e che posso benissimo fare la guardia. Insisto perche mi
mandi all'ospedale per un controllo: ne ricevo sempre un rifiuto. Finalmente mi
sveglio, anzi mi sembra di esserlo: siamo al mattino seguente ed io sono
convinto che quelle avventure sognate, sono effettivamente avvenute e che
sono passati sette giorni. Mi ritrovo
completamente cieco. Non so perche;
inizio a parlare, gridando come se stessi litigando, e pretendo di sapere
il perche non mi hanno mandato ancora all'ospedale: «Sono sette giorni»,
dico, «che vengo qui ogni mattina per farmi visitare e mi rispondete
sempre che non ho nulla e non mi visitate nemmeno». Sento una voce che mi
assicura che sarò esaudito, però non è affatto vero che sono passati
così tanti giorni: è trascorsa soltanto una notte. Seguito a
parlare chi sa di che cosa: mi trovo ad avvertire che la mia pretesa di
essere dichiarato ferito di guerra è falsa e racconto la storia del cane
e degli scarponi chiodati: non vedendo, non posso sapere della reazione
di chi mi ascolta. lo però sono insistente: voglio i fogli per entrare in
ospedale, adducendo che senza di questi non mi possono accettare. Mi si risponde
che è tutto pronto e che devo soltanto tacere. Penso di essere
nel quadrato sottufficiali, a bordo della nave Roma, e sento un
gran puzzo di vino. Essendo ancora in preda ad una gran sete, chiedo
urlando del vino. La risposta è
sempre la solita: «Taci, non urlare». Finalmente
mi si avvicina l'ufficiale di guardia. Ho con lui una lunga conversazione:
il vino però non mi viene portato. Con calma l'ufficiale mi racconta tutto
quello che è successo, e come mi trovo qui sul Fuciliere: io però
insisto per sapere come abbiamo fatto ad entrare in porto per metà. Sono per
terra adagiato su una coperta, non so descrivere in quale terribile stato
mi trovi. Le varie ustioni sul di dietro rendono impossibile ogni
movimento: non riscontro posizione adatta per riposare e chiedo
continuamente di essere rigirato. Anche la
testa mi duole molto forte. Le mani, le braccia, le gambe. . . tutta la
persona è un'unica piaga. Dal naso non respiro più e la bocca è così
gonfia che mi crea difficoltà a parlare. (Trovandomi
nell'inconscio non sono in grado di raccontare ciò che si sta per
verificare in questi giorni; seguito però a descriverlo grazie a quanto
mi è stato riferito
sia dai superstiti, miei compagni di sventura, sia da coloro che mi hanno
assistito; dottore, infermieri, suore). Le navi
che hanno contribuito a raccogliere i naufraghi, sono sette, delle quali
tre dirigono verso l'isola di Maiorca (non conosco i nomi). I
comandanti delle altre quattro (incr. Attilio
Regolo, CT Fuciliere, Mitragliere e Carabiniere), temendo
che molti di noi, col prolungarsi la permanenza in mare, potremmo non
resistere, decidono di entrare nel porto più vicino: si dirigono così
verso le Baleari, nell'isola di Minorca e si fermano nel porto di Mahon. Veniamo
accolti in un piccolo ospedale militare situato su una piccolissima isola
entro il porto stesso; un solo direttore, qualche infermiere e due suore
sono il personale addetto. Erano stati avvisati via radio del nostro
arrivo, chiedendo ricovero per 250 persone. Purtroppo sembra che il
radiotelegrafista abbia inteso la richiesta soltanto per 25 feriti. È
comprensibile quindi che i dirigenti dell'ospedale, di fronte all'arrivo
di una gran massa di personale bisognoso di urgenti cure, si siano venuti
a trovare in un gravissimo disagio. Avviene
così che i malati, qui già ricoverati, che sono in condizioni di poter
camminare, sono inviati al proprio domicilio. I dottori
della cittadina vengono militarizzati e richiamati. Le suore disponibili
nel convento locale sono invitate a presentarsi, similmente avviene per
gli infermieri. Lo sbarco
dei superstiti della R.N. Roma avviene in ordine. I feriti
particolarmente gravi vengono sistemati nelle corsie su letti già
esistenti. Per molti, dei meno gravi, è necessario procurare lettucci o
brande e collocarli nei corridoi. Alcuni addirittura fuori all'aria
aperta, sotto la tettoia. Fortunatamente
l'edificio è terra-tetto. Coloro che
abbisognano soltanto di medicazioni, sono frettolosamente curati e
contemporaneamente traslocati in compagnia dei naufraghi sani alloggianti
in locali ubicati nella piccola cittadina, e invitati a tornare dopo due
giorni per l'eventuale controllo. lo sono portato in ospedale da un' auto ambulanza e situato su un soffice letto. Per poco me ne rendo conto; ricordo soltanto di aver provato un lieve sollievo.
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