Nella torre tre

Suona la campana,
chiama gli spettri,
raduna i soccorritori e i
pirati.
Le secche stanno in
agguato, i venti urlano,
la pioggia scroscia, le
onde si infrangono.
Una notte, nella gelida
oscurità,
qualcuno commetterà un
errore.
Il mare non avrà
pietà.
John T. Cunningham
Nell’ istante in cui ci stiamo salutando,
inizio a scendere la scaletta che dalla plancia del deposito del mastro
d’ascia arriva sul livello del forno. Sento sopra di me un nervoso vocio
delle vedette, prova ulteriore che mi conviene sbrigarmi ad andare nel
rifugio della torre tre. Non sono arrivato che a metà della prima
scaletta che noto pochi metri a sinistra della poppa della nave che ci
sta precedendo[i]
alzarsi una fontana d’acqua di una trentina di metri. Siamo sotto un
bombardamento aereo! Mi giro verso l’alto e noto Giovanni pallidissimo
che mi fissa per un istante negli occhi, quasi a cercare una spiegazione
per quello che sta accadendo. Il nostro sguardo dura poco più di in
secondo. Non ci diciamo nulla. Ci tuffiamo letteralmente giù per le
ripide scalette senza neppure toccare i gradini, solo con la forza delle
braccia che scivolano sui passamani. Credo che in meno di dieci secondi
sia già arrivato sul castello. Ad ogni passaggio sul ponte, vedo con la
coda dell’occhio la sagoma di Giovanni saltare anche lui da un ponte
all’altro. Si accorgerà molto più tardi di essersi insaccato un
tallone, provocandosi una brutta distorsione anche perché lui, come
quasi tutti, sta indossando dei sandali leggeri.
Mentre corro verso poppa
sento dietro di me Giovanni, è ad un paio di metri alle mie spalle che
mi sprona a correre più svelto. In realtà vuol semplicemente
tranquillizzarmi per farmi sentire che non vuole separarsi da me.
Arrivato, sul lato dritto, poco dopo il fumaiolo di poppa, riesco a
tuffarmi a pesce nel boccaporto corazzato che conduce sotto, al ponte di
coperta. Lo stanno chiudendo due carpentieri, amici di Giovanni,
salendoci sopra con il peso di entrambi, per contrastare le barre di
torsione che ne facilitano l’apertura. Lui si ferma pochi secondi a
parlare con loro, sento chiaramente che parlano di Centrale di
Galleggiamento. Mi fermo un momento a guardare Giovanni, per vedere dove
sta andando. “Italo, tu vai nel rifugio, noi carpentieri in caso di
allarme dobbiamo andare nella Centrale di Galleggiamento. Ci vediamo
dopo!”.
Inizio a correre giù per la
prima scala sul ponte di coperta, poi in quella che arriva sul primo
corridoio. Imbocco il passaggio di dritta, sbucando a fianco della torre
di medio calibro tre e arrivo dritto davanti all’unica porticina
d’ingresso della torre di grosso calibro di poppa. C’è un po’ di ressa
davanti, formata da una ventina di noi che sta facendo la coda per
entrare. L’apertura è così stretta che si può passare solo uno per
volta.
Il ronzio di un motore
elettrico chiude dall’esterno con un battito sordo la piccola porta
corazzata a forma quasi ellittica, posta cinque gradini sopra il
pagliolato della camera di travaso, il livello più basso
dell’interno della barbetta. Solo la porta, che per attraversarla
occorre chinarsi, pesa quasi una tonnellata e ha i perni delle cerniere
sulla sinistra dello scafo. Gli ultimi ritardatari sono riusciti ad
entrare, hanno ancora il fiatone per la corsa. Dentro la torre c’è
ancora movimento tra le scalette che portano su alla camera di
manovra, alla camera di tiro e ai telemetri per il tiro
autonomo. Io vado nel punto più basso, circa un metro sotto la porta
d’ingresso, alla stessa altezza del locale 261. Ci sediamo tutti sul
pavimento circolare della camera di travaso, al livello delle calcatoie,
con le mani sulle ginocchia. Il diametro della virola in questo punto è
di circa nove metri. Non si tratta però di un’area sgombra, perché
l’interno è in gran parte occupato dai congegni delle tre norie. Ho la
schiena verso dritta, seduto sul livello più basso, a fianco della
cucchiaia del banco di travaso che serve ad alimentare la noria di
proietti ed elementi di carica alla camera di tiro, sopra di noi, dove
sono le culatte dei cannoni. Più giù è praticamente impossibile
scendere, perché il livello sottostante del pozzo è occupato dalla prima
noria che accede al deposito cariche e più in basso ancora al deposito
proietti, dove tre scivoli provvedono a far scorrere i proietti da 381
dal deposito alla benna della noria. Al ponte superiore si caricano
sulla stessa benna i barilotti di carica, in cordite, molto più
instabili e pericolosi dell’esplosivo all’interno dei proietti, il
tritolo. Ma in basso non ci sono vie d’uscita, perché gli accessi a
questi locali sono protetti da portelli paravampe, per impedire rischi
di incendi.
Siamo tantissimi, ma c’è un
silenzio che gela il sangue. Seduti ovunque, anche ai livelli superiori,
sebbene qualcuno rimanga in piedi attaccato ai pioli delle scalette o
alle culatte dei cannoni. Il capo impianto ci rassicura: questo è il
punto più sicuro di tutta la Nave, perchè qui nel settore di poppa della
V zona non ci sono le caldaie ed altri organi vitali.
La luce bianca delle
lampadine permette di notare i volti di ognuno. Dilaga il pallore e le
fronti madide di sudore, mentre si sente in sottofondo il mormorio di
qualcuno che sta pregando. Qui dentro, gran parte di noi è formata da
ragazzi di leva che sono stati allontanati dai loro posti, perché
sostituiti dai capi reparto da quelli più esperti. Altro che impavidi
guerrieri del mare, siamo solo un gruppo di inermi ragazzini impauriti,
che sta pregando tutti i Santi del Paradiso. Siamo tutti chiusi nei
nostri pensieri: spuntano dai portafogli foto di mogli, di bambini e di
fidanzate. Il mio l’ho lasciato nell’armadietto, insieme all’orologio di
papà, per scaramanzia!
Ho i sensi così acuti che
mi disgusta un poco l’odore del grasso delle catene delle norie e
distinguo chiaramente il puzzo di sudore adrenalinico che emaniamo. Noto
uno di noi appoggiare un orecchio ad un montante della scaletta: “Stanno
sparando!” sussurra appena. Lo imito e appoggiata la testa alla paratia
si sente un toc-toc-toc ripetuto, sono le vibrazioni delle armi
antiaeree che si ripercuotono sull’acciaio. Quindi la situazione è
veramente grave, siamo in combattimento! Ma in troppi stiamo iniziando
ad origliare le vibrazioni. I più anziani ci rimproverano, dicendo che
se dovesse cadere una bomba, il contraccolpo ci spezzerebbe l’osso del
collo.
Tutto questo avviene in
poco più di un minuto da quando si è chiusa la porta. Sono passati solo
tre minuti da quando la bomba è caduta in acqua a poppa dell’Italia.
Nel momento in cui sto mentalmente iniziando a pregare la Nostra Signora
della Costa di Sanremo, sento un colpo secco metallico ripercuotersi
nell’acciaio della Nave. I nostri nervi sono così tesi che tutti insieme
sobbalziamo dallo spavento, contemporaneamente un terrificante boato
prolungato viene seguito da un altro praticamente identico. Ci sentiamo
sollevati in aria e ricadiamo sul pavimento come pere da un albero.
Nello sballottamento, sbatto con il fianco contro il binario di una
calcatoia, restando qualche istante senza fiato dal dolore. L’eco dello
scoppio dura qualche secondo, mentre si ha la sensazione di udire rumori
di ferraglia e di lamiere che si contorcono. E’ il caos: salta
l’illuminazione elettrica mentre tutti iniziano ad urlare di terrore.
Abbiamo la convinzione che l’esplosione sia avvenuta proprio sotto di
noi: “Ci hanno colpiti, ci hanno colpiti due volte!”.
Un altro grida: “E’stato un
siluro o una mina!”.
Nella confusione si sente
qualcuno che inizia disperatamente a chiamare: ”Mamma, mamma!”.
Il momento è drammatico,
sicuramente peggiore di quello passato in caldaia. Ho la netta
sensazione che la morte stia passeggiando in mezzo a noi. Intanto mi
domando se sia corretto che rimanga lì e non provi ad uscire per andare
a chiedere istruzioni al 7°-8° reparto, ma da quel che vedo nessuno si
sta facendo questo genere di scrupoli.
Poco dopo si accendono le
luci di emergenza, una lampadina per ogni livello della torre trinata,
sufficiente ad orientarsi e a tranquillizzarsi un poco. Il panico si è
però impadronito di noi tutti e ci ha fatto perdere la ragione. Mentre
il capo impianto chiede un rapporto al telefono, qualcuno prova ad
aprire la pesantissima porta corazzata per poter fuggire senza
autorizzazione. Ma la sua apertura è comandata elettricamente con
l’energia elettrica proveniente dalle turbodinamo o dai diesel dinamo, è
quindi bloccata.
Non esistono più ordini né
disciplina. Non capiamo che cosa sia successo, abbiamo la sensazione che
la Nave non sia più orizzontale, forse è impegnata in un’accostata, ma
le vibrazioni degli assi sembrano diminuire notevolmente e vedo
chiaramente gli uomini in piedi compensare l’inclinazione per restare in
equilibrio. Riesco, per non so quale motivo, a pensare alle due
esplosioni di due minuti fa, mentre la Nave non frena lo sbandamento. Mi
viene in mente quando poco prima di arruolarmi in Marina, incontrai a
Sanremo un mio amico che era imbarcato sui sommergibili. Mi raccontò
delle terribili esperienze che passò durante una fuga in immersione,
mentre un cacciatorpediniere li attaccava con le bombe di profondità.
Allo scoppio di ogni bomba, ne seguiva un altro quasi identico pochi
istanti dopo. Non era un’altra bomba, bensì il violento ritorno
dell’acqua nella sfera di vuoto creata dall’esplosione subacquea.
Infatti la fontana d’acqua sollevata da un’esplosione sotto la
superficie è creata dal violento ritorno del liquido che rimbalza
in sé stesso quando la sfera si richiude. Inoltre, l’effetto è tanto
maggiore quanto più vicini si è alla superficie, per questione di
pressione. Se la bomba che ci ha appena colpiti è esplosa vicino alla
carena, sott’acqua, deve aver creato l’effetto descritto, come se
fossimo stati colpiti due volte.
Ma il non sapere cosa stia effettivamente
accadendo fuori di qui, non fa che inquietarci sempre di più oltre a
farci sentire impotenti a qualsiasi tipo di salvezza possibile. Se
almeno potessimo vedere i danni causati da questa misteriosa esplosione[ii]...
Poco dopo il capo impianto
comunica a noi tutti che siamo stati colpiti da una bomba d’aereo, ma
l’ordigno non dovrebbe essere esploso dentro lo scafo. La situazione è
ora sotto controllo: la Roma non corre il rischio di andare a
fondo. Speriamo, ci tranquillizza solo il fatto che comunque la Nave
continua a navigare ed è perfettamente in grado di combattere.
Come verrà confermato dalle
testimonianze, la bomba ha attraversato lo scafo da parte a parte ed è
esplosa in mare, sotto la chiglia, creando così quel senso di doppia
esplosione percepito dall’equipaggio.
Intanto la tensione
nell’aria si taglia col coltello, vedo una scena che mi sconvolge. Un
marinaio, che non dimostra neppure diciotto anni, si alza mostrando nei
pantaloni della tenuta di macchina un alone di bagnato giallastro: si è
fatto la pipì addosso e sta tremando come una foglia. Un suo amico
vicino lo abbraccia per confortarlo e per infondergli un po’ di
sicurezza. Inizia a piangere senza controllo, mentre l’amico gli
abbraccia la testa stringendoselo al petto. Io sono paralizzato dalla
paura e vedere questo non fa che agitarmi ancora di più. Sento ad
istinto, come tutti, che non è ancora finita. Nella testa inizia a
rimbombare il rumore dei miei denti che battono per il terrore, ma non
so cosa fare per scacciarlo. Le pulsazioni cardiache sono quasi
raddoppiate, sento chiaramente il cuore dilatarsi sempre più velocemente
nel torace. Ho la gola secca, una sensazione di totale aridità in bocca,
deglutisco in continuazione. Prego ancora, per chiedere la Grazia al
Signore ma, forse, anche per pensare ad altro. Alcuni immagini della mia
casa mi scorrono nella mente velocissime. Ogni fotogramma è un’emozione,
un ricordo, un amore…
Passano ancora cinque
minuti e accade ciò che ci aspettavamo, quasi con liberazione. La Nave
viene all’improvviso scossa da un boato che sembra più prolungato di
quello di dieci minuti prima. Veniamo nuovamente sballottati ovunque in
questa grandissimo pentolone che è la virola della torre. Il copione si
ripete ed infatti la luce manca di nuovo, ma questa volta riappare solo
quella di emergenza. Le vibrazioni nella galleria degli assi, che è
praticamente pochi metri sotto a noi, si affievoliscono fino a tacere,
mentre noi iniziamo ad agitarci in maniera quasi incontrollabile. “E’la
fine!” E’ tutto ciò che riesco a dire a me stesso.
Anche l’asse di dritta si
ferma: è l’ultimo momento vitale della Regia Corazzata Roma.
“Fuori, usciamo da qui!” è
la voce del capo impianto.
Vogliono uscire tutti e anche gli ufficiali
sono d’accordo, ordinando di abbandonare il posto di rifugio.
Fortunatamente un paio di tartarughe[iii]
d’emergenza sono accese. Quelli più in alto iniziano a salire le
scalette, da dove usciranno non lo so.
Nello stesso momento, nel
primo corridoio sta accadendo un fatto veramente strano. Nel mezzo del
passaggio che conduce verso prora, qualcuno tempo fa costruì una piccola
edicola di legno, che custodisce un’immagine di Santa Barbara. Per
rendere più sacra l’icona fu adattata, dal reparto elettricisti, una
piccola lampadina a bassissimo consumo con il compito d’illuminare
l’effigie giorno e notte. Nonostante l’improvvisa cessazione della
corrente elettrica, la piccola lampadina non cessa di funzionare e
permette di potersi orientare nel buio verso i boccaporti di poppa e
verso la piccola entrata nella torre tre.
L’unica spiegazione
possibile a questo fatto è che la lampadina fosse stata istallata
erroneamente sul sistema ad alimentazione a 48 Volts, la linea elettrica
a batterie indipendenti per le luci di emergenza. Una negligenza che
però permette ad un bel numero di noi di illuminare appena la strada nel
corridoio e di non stritolarsi a vicenda durante la disordinata fuga nel
buio e nel fumo.
Io sono ancora in basso,
sperando che riescano ad aprire la porticina corazzata. Vicino alla
stessa c’è un sistema a crick che permette di aprirla in caso di avaria
elettrica: un paio di marinai stanno agendo sulla leva e la porta inizia
finalmente ad aprirsi, con enorme fatica però, perché lo sbandamento
della Nave non favorisce l’apertura, che per gravità tende a chiudere la
porta. Fanno movimenti così nervosi, che non riescono ad impugnare
neppure la leva e litigano per chi deve agire su di essa. Riescono ad
aprire di qualche centimetro, mentre attraverso la fessura, dall’esterno
qualcuno sta infilando una sbarra di ferro a mo’di piede di porco e gli
grida che stanno aiutando ad aprire anche loro. Per fortuna che esiste
l’altruismo in questi momenti! Forse c’è qualche speranza ad uscire di
qui, da questa trappola per topi. Ci vogliono sforzi immani, ma con
grande fatica finalmente riescono ad aprire la porta. Contemporaneamente
dall’alto della torre appare un bagliore chiarissimo. Probabilmente
hanno aperto uno degli sportelli leggeri degli oculari del telemetro da
dodici metri per il tiro autonomo. La luce del sole! Ma non c’è ancora
tempo per gioire.
Siamo talmente tanti qui
dentro, che devo mettermi in coda per salire la scaletta che accede alla
camera di manovra, mentre l’inclinazione sta aumentando sempre più
velocemente. Non c’è tempo da perdere, usciamo uno dopo l’altro dalla
porticina come palle di fucile.
Dopo un paio di minuti
abbondanti riesco finalmente ad uscire dallo stretto pertugio. In quel
momento, forse il più bello della mia vita, vedo un viso tra cento
sbucare dall’oscurità del secondo corridoio. Il volto di colui che più
avrei desiderato vedere: Giovanni. “Giovanni! Giovanni!”. Cerco di
chiamarlo, ma l’onda umana terrorizzata è più forte dei miei urli e
vengo trascinato in coperta, salendo da una delle scalette a dritta
dell’uscita corazzata.
Arrivati sul ponte di
coperta, il meraviglioso chiarore che entra dalla porta del corpo di
guardia della Segreteria Avio, mi fa immedesimare un istante ad un pesce
che fugge dalla rete. Solo dieci minuti prima, non avrei scommesso nulla
su di me e su di noi chiusi là sotto!
La prima cosa che mi appare
è l’elica del piccolo aereo RE 2000 ancora rizzato sull’invasatura a
proravia della catapulta di lancio, il che mi fa dedurre che non c’è
stato neanche il tempo di ingaggiare una difesa tra i nostri moscerini e
le aquile che ci hanno attaccato. D’altronde sarebbe stato un inutile
suicidio fronteggiare uno stormo di bombardieri d’alta quota con un
piccolo caccia come il nostro.
Purtroppo mi rendo conto
subito che non c’è da perdere un secondo, mentre tutti si stanno
ammassando in questa zona. Spendo qualche momento per vedere se vedo
Giovanni, ma non c’è. Vado davanti all’ingresso del sottocastello, ma
c’è troppa confusione.
Sul ponte inizia a
scivolare tutto, alzo lo sguardo e noto la corda della campana montata
sulla barbetta della torre tre, pendere costantemente a dritta.
Sono smarrito, voglio trovare Giovanni. Cerco allora di salire sulla
scaletta di sinistra che porta sul castello, non so perché ma sono
convinto che sia lì sopra.
Arrivato su, avanzo di
qualche metro verso prora. Quello che appare ai miei occhi è uno
spettacolo pauroso: tutto il complesso del torrione di comando è ridotto
ad un troncone fumante. I cannoni da 90 sono tutti senza ordine e a
proravia del torrione esce una quantità di fumo scuro così imponente da
oscurare il cielo ed il mare a sinistra della Nave. Sono pietrificato
dallo stupore di tanta distruzione. Avanzo ancora di qualche metro tra
le lance e i motoscafi in bilico sui vasi. Poi abbasso lo sguardo. Solo
in quel momento mi rendo conto dell’immane strage di esseri umani sul
ponte. Ci sono morti dappertutto, ai miei piedi mi sembra di riconoscere
il pezzo di un arto dilaniato, non capisco se si tratta di una gamba o
di un braccio. Più avanti c’è un corpo steso a faccia in giù che sta
ancora fumando. Mi avvicino un poco e riesco a distinguere l’odore della
sua carne bruciata. Sto per mettermi a piangere come un bambino, tanto
sono smarrito e disperato. Mi sembra di udire dei lamenti intorno a me.
Per un attimo credo di vivere in un incubo, non può essere vero tutto
questo! Sono inorridito, non so cosa fare. Vedo dei movimenti tra il
fumo, credo che siano altri marinai che vagano in cerca di qualcosa. Ma
non li distinguo neppure, sono solo ombre scure che si muovono. Mentre
guardo verso prora questo fungo di fumo che si alza nel cielo, sento
come un pizzicotto sotto il labbro inferiore. Me ne accorgo appena.
Tutte le superfici si
stanno ricoprendo di un’impalpabile fuliggine nera che a respirarla fa
bruciare la gola e gli occhi. Riesco a vedere, tra la barbetta della
torre tre e il quadrato ufficiali, che la situazione sul lato
dritto è anche peggiore, con le barche e il motoscafo sulle invasature
rovinate sui ponti.
Mi avvicino al trincarino
di sinistra, mi aggrappo terrorizzato al cavo d’acciaio della
battagliola che corre nei candelieri e inizio a respirare profondamente.
Mi viene da vomitare se penso all’odore che ho appena sentito e non ho
il coraggio di guardare indietro. Mi riprendo un poco e comincio di
nuovo a vagare, per vedere se trovo qualcuno che conosco o in cerca di
qualche istruzione.
Passa un minuto e va un po’
meglio, mi risveglia un rumore improvviso a poppa e la gente che urla.
Corro verso poppa e arrivato all’altezza della barbetta, mi affaccio per
pochi secondi, sufficienti a farmi prendere una decisione. La catapulta
si è sganciata e l’aereo, staccatosi dal suo supporto, si è ribaltato
sprofondando in mare. Il ponte di teak è cosparso di feriti e di morti.
Vedo scene pietose, marinai che scuotono l’amico morto, altri che se lo
caricano sulle spalle avvicinandosi al bordo che lentamente sta andando
sotto.
L’acqua già sta iniziando a
bagnare il legno della coperta. Il teak è un legno strano, per qualche
istante rimane chiaro, ma quando si inzuppa assorbe l’acqua e si
scurisce. Noto chiaramente la velocità con cui lo scafo sta affondando,
perché vedo salire il livello sulle varie doghe di legno larghe circa
venti centimetri, divise dai comenti catramati. L’acqua impiega non più
di mezzo minuto a coprire una doga: tempo cinque minuti e la Nave
affonderà! Perpendicolari alle righe nere di catrame, righe rosse di
sangue stanno colando in acqua.
Qualcuno sembra impazzito, mi cade lo
sguardo su un tenente del C.R.E.M. che cerca invano di riposizionare il
binario della catapulta verso il centro nave. La sua è un’impresa
impossibile, perché il complesso d’acciaio pesa alcune tonnellate, ma
non demorde[iv]
e vorrebbe anche l’aiuto di qualcuno. Si porta un attimo verso la
piccola piattaforma a dritta, per il brandeggio a manovella della
struttura. Prova a manovrarla, ma rinuncia poco dopo solo perché è
praticamente già sommersa dall’acqua in ascesa. Ingenuamente vorrebbe
forse tentare di equilibrare lo sbandamento a dritta spostando il peso
della catapulta a sinistra. Vedo anche altri gesti veramente isoliti per
una situazione come questa: alcuni ufficiali e marinai, prima di
buttarsi in acqua stanno ripiegandosi i pantaloni e riponendo con cura
le scarpe a fianco delle entrate sottocastello[v].
A questo punto capisco che
non c’è più nulla da fare, devo buttarmi. Sotto c’è troppa folla, ho
poco tempo. Mi controllo il tappo del salvagente gonfiabile, metto il
moschettone in lega nella cintura ventrale e, con un po’ di esitazione,
mi avvicino alla battagliola a poppavia della torre quattro dei
152 mm di sinistra. Voglio buttarmi da lì perché vorrei darmi più
slancio per allontanarmi. Mi concentro un attimo. Voglio riflettere,
perché ancora per un momento penso che la Nave sia inaffondabile, che
comunque peggio di così non potrebbe andare. Contemporaneamente sento un
ordine gridato a poppa: “Tutti in mare, si salvi chi può! La Nave sta
per capovolgersi!”.
Ecco lo stimolo che vince
tutte le mie indecisioni. Guardo l’acqua e non riesco a determinare
quanto sia distante, presumo una decina di metri. La nafta che circonda
tutta la Nave impedisce al vento di increspare la superficie, quindi è
difficile mettere a fuoco la visuale, anche se lì intorno inizia a
galleggiare di tutto. Ci sono anche dei corpi che galleggiano attaccati
alla murata, è terribile vederli e pensare di tuffarmi in mezzo a loro,
ma mi danno il senso delle proporzioni dell’altezza e non ho alcun altra
scelta.
Un grande respiro e giù nel vuoto! Mi tuffo
a soldatino, dandomi un forte slancio, perché la corazza e il bottazzo[vi]
che contiene il tubo Pugliese formano una bombatura tra il trincarino e
la superficie. Il volo sembra non finire mai, ho l’impressione di
buttarmi da un grattacielo. La schiena sfiora l’acciaio, mi sembra quasi
di sentirlo. Durante il volo guardo l’orizzonte, per non pensare
all’altezza, e vedo la sua linea abbassarsi velocemente, fino a sparire
nell’istante in cui arrivo in acqua. Il tonfo è tremendo, l’acqua è
fredda e sprofondo per alcuni metri, mi sembra di non uscire più, ma il
salvagente fa il suo lavoro e mi tira su subito. Sebbene mi sia tappato
il naso con la mano, mi entra in bocca e nelle narici con violenza
l’acqua mista a nafta. Sensazione ripugnante, perché mi arriva fino in
gola, facendomi tossire per un po’.
Inizio a nuotare senza una
meta precisa, preso che sono dal terrore. Vicino a me non c’è nessuno,
sono solo nel raggio di una trentina di metri. Tutti quelli che
annaspano nell’acqua si stanno spostando verso poppa, per rimanere fuori
dall’ attrazione che la Nave esercita. Il lato sinistro è sottovento, la
murata della Nave mi ripara dal vento e dalla corrente che arrivano da
dritta, ma nel contempo mi impedisce di allontanarmi dall’immenso scafo.
Mi sembra di intuire che la poppa sia il luogo più sicuro, perché il
fumo dell’incendio va dal torrione fino a tutta la prora. Nuoto ancora e
con un po’ di fatica arrivo a circa dieci metri dallo stemma della
corona dei Savoia.
L’acqua è già quasi all’altezza del ponte di
castello. Ormai quasi tutti i Carley[vii]
e tutto ciò che può galleggiare è stato buttato in acqua, ma a bordo c’è
ancora molta gente. Il panico contribuisce a fare altri guai: alcuni
marinai staccano un Carley dalle drizze della torre tre, ma la
presa scivola loro e si fracassa sul ponte a dritta. Altri buttano
un’altra zattera in mare, ma capovolta. Le pagaie e il resto
dell’equipaggiamento d’emergenza resta sotto, sono così costretti a
salirci sopra ugualmente e remare con le mani, facendo una fatica
pazzesca[viii].
“Buttatevi, buttatevi tutti subito!”. Grida un ufficiale già in mare.
Ora sono sul lato dritto
dello scafo, mi sposto leggermente verso la prora, nuotando distante una
ventina di metri dalla murata. Voglio vedere se vedo Giovanni. L’acqua
oleosa di nafta mi entra negli occhi ed in bocca, mi viene da vomitare e
più cerco di pulirmi gli occhi, più non faccio altro che spalmarmela
bene tra le palpebre, causando un bruciore sempre più fastidioso.
Intanto tutto il gruppo dei
terrorizzati ancora a bordo si sta spostando verso sinistra, nel punto
più alto del ponte ormai impraticabile per l’inclinazione. Sono a piedi
nudi per non scivolare, si aggrappano dove possono per salire. Non è
difficile capire che per questi si mette male, sembrano sordi alle
esortazioni a buttarsi che gli gridano dal mare.
Mentre guardo questo
scempio, la Nave inizia lentamente a roteare per capovolgersi. Si
sentono chiaramente le lamiere incandescenti della base del torrione
friggere mentre il mare inizia a bagnarle. Guardo la bandiera italiana
che, sul picco a poppa, garrisce verso sinistra salutandoci per l’ultima
volta. Nel suo cerchio che compie, tocca l’acqua per ultima,
immergendosi. Poi la Nave si ferma ancora qualche istante, fino a
riprendere poco dopo il movimento che la capovolgerà del tutto.
I grappoli di gente a
poppa, una decina, scavalcano la battagliola, si aggrappano agli oblò
degli alloggi ufficiali e riescono in qualche modo a raggiungere quella
che era l’opera viva della Nave. Non so come facciano perché la carena è
pulita ed è molto viscida.
Lo spettacolo che si
presenta ai nostri occhi è tristissimo, la nostra bella Nave ridotta ad
un relitto galleggiante, come un grande cetaceo con la pancia all’aria.
L’elica di dritta verso prora la vedo ancora muoversi lentamente. Ci
penso un attimo e capisco che era quella del turboriduttore di prora a
dritta, quello alimentato dalla mia caldaia. La gigantesca Nave che era,
appare ora molto piccola nella sua chiglia e sembra mancare
all’improvviso l’ombra che ricopriva l’acqua sottobordo. Mi viene quasi
da piangere, forse perché questo particolare ha di colpo trasformato i
momenti di poche ore fa in ricordi struggenti. La mia Nave,
l’Ammiraglio, i miei compagni, il mio armadietto, l’officina del mastro
d’ascia, la sardenaira…Tutto perduto!
Mentre guardo con sgomento
questa scena, un particolare mi riporta alla realtà. Riconosco, tra il
gruppo sulla chiglia, l’amico Mantia di Genova: ”Antonio! Antonio,
buttati in acqua, vieni qui!”.
Urlo con tutto il fiato che
ho in gola. Ma Mantia è così spaventato che non sente il mio richiamo.
Corre, come tutti gli altri, verso prora. Arrivano oltre il livello
della torre tre e si trovano davanti le lamiere della carena
stracciate come fogli di carta, nel punto in cui è esplosa la prima
bomba. Capiscono che è inutile proseguire, tornano indietro e
nell’istante in cui arrivano all’altezza degli astucci delle eliche, un
terrificante scricchiolio accompagnato da un rumore d’acciaio martoriato
spezza in due la Nave quasi a metà. La poppa inizia subito ad affondare
e il gruppo sulla carena scivola inesorabilmente in acqua. Tra loro vedo
però Mantia riuscire a prendere uno slancio per tuffarsi poco distante.
Forse ce la fa! Infatti lo vedo riemergere vicino alla murata, in mezzo
ad altre teste che spuntano. Ma ora non posso fare nulla per lui e
inizio a nuotare a stile libero per allontanarmi dalla Nave, con grande
vigore nonostante il salvagente mi impedisca uno stile efficace. Il
terrore che si formi il mitologico gorgo che trascinerà tutti giù mi fa
venire la forza di un delfino ed infatti riesco ad allontanarmi di altri
venti metri.
Sono ormai a cinquanta
metri, credo siano sufficienti e mi giro per assistere agli ultimi
momenti della mia Nave. La poppa è quasi sparita, il timone centrale
ancora spunta e l’asta di bandiera è inclinata a 45° sull’acqua. Inizio
a nuotare con forza verso prora cercando di allontanarmi, perché ho
scorto un paio di zattere piene di gente non lontane da me.
Riesco ad arrivare quasi a
centro Nave, la corrente un po’ mi aiuta, vorrei andare verso la prora.
E’solo questione di secondi e dolcemente la poppa se ne va giù. Sembra
quasi fare fatica ad affondare, ma un inquietante sibilo d’aria
fuoriesce dai portelli, facendo esplodere gli oblò e le aperture
trasformandosi in un biancastro ribollire quando la poppa scompare del
tutto.
Rimane la prora. Lentamente
si mette in posizione verticale, mentre sono praticamente al suo fianco,
nuoto sempre, mantenendo lo sguardo verso sinistra, supero la murata e
riesco a vedere per pochi momenti la coperta striata di bianco e rosso
che sta andando giù. Solo tre giorni prima ero lì con Giovanni, dove ci
sono i verricelli delle ancore. Riconosco i rappezzi sulle lamiere del
ponte, si vede anche il ritocco di vernice più nuova.
Mentre affonda alcune
caldaie e cariche dei depositi esplodono sott’acqua e producono su di
noi un effetto simile ad un ondata di aghi che trafiggono. Tutto dura lo
spazio di una decina secondi. Le grandi ancore tipo Hall e l’asta
di bandiera di prora è l’ultima immagine che abbiamo tutti della Regia
Nave Roma, mentre un’altra piccola esplosione si percepisce
ancora. Si alzano degli urli tutti intorno: “Viva il Re! Viva la Roma!”.
Mi unisco anch’io a questi inni, mentre tutto quel che ancora resta
della Roma e del suo Equipaggio che sta andando giù negli abissi
con Lei è l’ultimo pennacchio di fumo che si dissolve nel cielo del
Mediterraneo, come lo sbuffo di un turibolo d’incenso. “Addio amici
miei!”.
Sulla scena cala
improvvisamente un silenzio spettrale. I rumori metallici e i rombi
della Nave in agonia vengono zittiti dalla voce del mare, frettoloso di
ricoprire con la sua terra liquida la tomba dei miei compagni e della
Roma, nascondendola per sempre. Come un cinico necroforo, non ha
concesso neppure il tempo di un ultimo omaggio, sbattendo con un’ onda
il coperchio del feretro.
Ora, però, la situazione è forse peggiore!
Dove vado? A circa cinquanta metri c’è un Carley con un bel gruppo
sopra, nuoto verso di loro, con grande fatica perché vado controvento.
Il mare è ora più mosso, la nafta qui non c’è, siamo sopravento alla
grande chiazza. Inizio a sentire la fatica e il salvagente comincia a
sfregarmi sotto le ascelle, irritandomele. Arrivo a pochi metri dalla
zattera e vedo i suoi occupanti che ogni volta che salgono sopra l’onda
gridano in coro: “Aiuto!”. Nuoto ancora verso di loro, ma arrivatogli
vicino noto una scena sconvolgente: ci sono alcuni marinai, come me, che
tentano di aggrapparsi alle sagola della zattera. Per tutta risposta
ricevono una pagaiata o un calcio sulla mano. Quanto è vile la paura! Mi
avvicino a loro per vedere se hanno un po’ di cristiana pietà. Nulla da
fare. Stargli vicino mi dà comunque un po’ di sicurezza, così gli nuoto
a cinque o sei metri. Li sento contare: ”Uno, due, tre AIUTO!”. Si sono
organizzati per attirare l’attenzione di qualcuno. Riuscissi almeno a
vedere qualcosa da un punto più alto. Un marinaio in acqua chiede loro
se vedono qualcosa.”C’è qualche caccia all’orizzonte, ma forse se ne sta
andando!”. E’una notizia tremenda e un paio di quelli in acqua si
lanciano sulla zattera come furie, c’è un parapiglia, ma riescono ad
agganciare il moschettone del salvagente alle sagole. Poi sento una voce
che mi gela il sangue: “I pescecani!”. Non capisco se chi ha urlato
questo è perchè li ha visti o se ha paura che arrivino[ix].
Anche questo non fa che rassegnarmi alla consapevolezza che solo un
miracolo potrebbe salvarmi.
Comincio a tremare dal
freddo e dalla paura di morire, mentre il gruppo sul Carley inizia a d
allontanarsi da me.
Passa circa mezz’ora, sono
così stanco di nuotare che mi abbandono alla corrente, riposandomi. Ma
poco dopo appare qualcosa che mi infonde un po’ di coraggio. Quando
arrivo sulla cresta dell’onda vedo un puntino non lontano da me; non è
una testa, è sicuramente un oggetto che galleggia. Nuoto verso l’oggetto
e dopo cinque minuti raggiungo questo pezzo di legno al quale mi
aggrappo. Boccheggio, sono praticamente stremato ed è solo mezz’ora che
sono in mare. Ma questa tavola di legno mi conforta più di ogni altra
cosa. Vi salgo sopra e mi siedo, con difficoltà, a cavallo.
Il mare si è alzato e le
onde si infrangono sul mio misero relitto inzuppandomi tutto. Con la
lingua sento che tra il labbro e la gengiva inferiore c’è qualcosa che
taglia ed inizia a farmi male. Solo ora mi accorgo che uno dei denti è
spaccato e che una parte di esso sta per staccarsi. Ho una sete
infernale, la gola sembra fuoco e puzzo di nafta in modo vomitevole. Le
gambe non riescono quasi più a nuotare per i crampi causati dal freddo e
dalla stanchezza. Siamo già intorno alle 17, almeno credo perché non ho
orologio, ma noto che le navi all’orizzonte non sono andate via.
Finalmente riesco a toccare
con le dita l’interno della bocca e capisco che qualcosa di estraneo è
piantato nella radice del mio dente. Ho una piccola ferita sopra il
mento, che mi brucia un po’ per la nafta e per l’acqua salata. Ora
ricordo quel pizzicotto, deve essere sicuramente stata una scheggia che
mi ha trapassato il sottolabbro per piantarsi nei denti. Provo ad
estrarla, ma basta sfiorarla che mi duole in modo infernale.
In cielo gli aerei tedeschi continuano a
gironzolare, sento chiaramente i loro motori: “Dio abbia pietà della
vostra anima quando verrete un giorno giudicati, dopo quello che avete
fatto[x]!”.
Il richiamo alla
Provvidenza, mi fa iniziare a recitare il Rosario, immaginandomi
inginocchiato dentro il Santuario della Madonna della Costa. In uno
stato compreso tra la rassegnazione e la consapevolezza che in fondo sia
meglio morire pregando alla luce del sole, che chiuso al buio dentro lo
scafo della Roma, cado in una specie di semicoscienza.
Non so quantificare quanto
tempo passi, ma il suono di un fischietto mi fa sobbalzare. Esploro con
lo sguardo l’orizzonte e un miracolo appare ai miei occhi.
[ii]
La prima bomba attraversò tutti i ponti della Roma fino
ad attraversare l’opera viva, esplodendo pochi metri sotto la
chiglia, oltre dieci metri sotto la superficie del mare. La
bomba non perforò i ponti corazzati della Roma
ortogonalmente, bensì con traiettoria angolata rispetto allo
scafo, per via della sua caduta modificabile dai piloti
dell’aereo attaccante e per il fatto che la Roma,
probabilmente, in quel momento stava compiendo un’accostata
verso dritta per tentare di sfuggire all’ordigno.
[iii]
Lampadine ricoperte da un guscio di vetro stagno a sua volta
protetto da una gabbia d’ottone che lo protegge dagli urti. La
forma ricorda quella di una tartaruga.
[iv]
Quest’uomo si salverà, anche se non viene rivelata la sua
identità.
[v]
Dopo la guerra si seppe che questi gesti non furono per nulla
strani, bensì coloro che li compirono non erano perfettamente
sicuri che la Roma sarebbe affondata dopo pochi minuti.
Lasciarono i vestiti sul ponte con la speranza di tornare a
bordo, quando gli incendi e l’inclinazione sarebbero cessati.
[vi]
Rigonfiamento esterno dello scafo sulla murata.
[vii]
Zatteroni di salvataggio in colore grigio a strisce arancione
per facilitare l’avvistamento in mare, rizzati sul cielo delle
torri di grosso e medio calibro.
[viii]
Testimonianza confermata dal diario di Giuseppe Mango, addetto
alla torre tre del medio calibro (batteria poppiera di
dritta).
[ix]
Alcune testimonianze dei superstiti asseriscono di aver trovato
corpi straziati dai morsi di squali ed altri di aver perso un
arto a causa di essi. Probabilmente si trattò di gravi
mutilazioni riportate durante il naufragio.
[x]
Dalla bocca di Italo Pizzo non fu mai pronunciato alcuna parola
di odio verso i tedeschi, né fece mai alcun commento su cosa
pensasse di loro. Anche ascoltando i racconti di tutti gli altri
superstiti, non mi è mai capitato di sentir pronunciare alcun
commento sui tedeschi. (n.d.a.)