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La Nave
 


ultimo aggiornamento:15/04/2011
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Il Roma

 

Negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, in base al Trattato di Washington del 1922, vi fu un periodo di « vacanza navale» durante il quale non solo non furono costruite navi da guerra, ma addirittura, sempre in base a tale trattato, si demolirono alcune unità in servizio o in costruzione, come fece l'Italia con le quattro corazzate della classe Caracciolo, di cui una già varata e le altre impostate.

Dopo questo periodo di stasi, quando infine le costruzioni furono riprese si verificò un interessante fenomeno in quanto, anziché costruire nuove corazzate, quasi tutte le Marine procedettero a rimodernare più o meno estesamente quelle costruite negli anni dal 1908-1910 in poi. In generale su tutte queste navi fu cambiato l'apparato motore, modificando conseguentemente i fumaioli e talvolta il numero delle eliche. Su molte fu cambiato l'armamento principale e su quasi tutte quello secondarlo per renderlo più idoneo al compiti antiaerei, con conseguente modifica delle sovrastrutture; su tutte le unità furono installate le moderne centrali per la direzione dei tiro e le catapulte per il lancio di aerei da ricognizione.

 

Archivio: Franco Cestra

“Navi Italiane nella 2’ Guerra Mondiale

Corazzate Classe Vittorio Veneto

Edizioni Bizzarri - Roma

  PARTE PRIMA



Fu per un universale desiderio di pace, di fratellanza fra i popoli e di giustizia sociale, che l'11 Agosto 1921 si aprì la conferenza di Washington? O fu per convenienza econo­mica che le principali nazioni del mondo si riunirono intorno al tavolo a discutere per la prima volta un accordo che mettesse fine alla corsa agli armamenti? Non è questa la sede adatta per approfondire una tale analisi. Sta di fatto, però, che al termine del primo con­flitto mondiale le economie degli stati che vi avevano partecipato risultavano alquanto dis­sestate. I programmi navali, quindi, ne furono influenzati, anche per il fatto che le se­vere economie finirono per gravare maggiormente sulle spese militari.

Contemporaneamente ci si accorse che l'applicazione delle esperienze di guerra consigliava un nuovo aumento del tonnellaggio delle navi da battaglia, in maniera da potere accoppiare ad una rilevante potenza offensiva un'adeguata protezione, sia contro l'insidia sottomarina che contro l'offesa aerea. Questo però si tra­duceva in un aumento del costo delle nuove unità ed in pesanti oneri, quindi, per tutti, se fosse ricominciata la gara fra le principali potenze marittime.

In particolare il problema stava a cuore all'Inghilterra, che temeva una ripresa dell'emulazione a tutto scapito della propria posizione nei riguardi delle marine concorrenti.

La conferenza di Washington non si chiuse con un bilancio negativo; la convenienza economica, più che la convinzione nella bontà degli accordi, fece sì che si potessero appianare numerose difficoltà tecniche, attraverso la determinazione di tipi di navi i cui requisiti, nati da compromessi, non soddisfecero certo gli ambienti qualificati, ma furono accettati perché tutte le marine si sarebbero trovate sullo stesso piano per quanto concerneva le nuove costruzioni.

Il trattato di Washington decise in particolare l'abbandono dei programmi di costruzione delle navi di linea fino al 1931, la limitazione del dislocamento tipo delle unità di questa categoria in 35.000 tonnellate e quella del calibro delle loro  artiglierie  principali  in 406 mm.

Si trattò di limitazioni piuttosto severe, che quando fu il momento pesarono notevolmente sulla progettazione delle nuove corazzate, per­ché esse obbligavano i costruttori a sacrificare alcune qualità essenziali delle navi da bat­taglia per potere rimanere nei limiti del dislocamento stabilito.

Abbiamo già visto nei primi due volumetti di questa collana, come l'Italia uscisse favorita dal trattato di Washington, che le assegnava la parità con la Marina Francese in fatto di navi di linea e che le concedeva la possibilità di metterne immediatamente in cantiere per un totale di 70.000 tonnellate. Questa clausola rimase però una platonica vittoria politica e di prestigio, ma di cui non si approfittò. Del resto il periodo di «vacanza navale» che la conferenza di Londra, nel 1930, procrastinò di altri cinque anni, ed il momentaneo prevalere in tutto il mondo del criterio che le grandi navi fossero tramontate e dovessero soprattutto curarsi le costruzioni di incrocia­tori veloci, di naviglio sottile e di sommergibili, fecero sì che il massimo sforzo di rico­struzione della Marina Italiana si orientasse proprio su tali tipi di navi. Del resto la politica navale italiana era rivolta a cercare la parità completa con la Francia, parità che per quanto riguardava le navi da battaglia già teoricamente possedevamo. In questo campo era sufficiente attendere che il naviglio corazzato invecchiasse, per rispondere tonnellata contro tonnellata  ad ogni impostamento di  unità nuova.

Per non essere colti alla sprovvista e per mettere a buon frutto gli anni di sosta nella co­struzione di navi di linea, si andò intanto avanti con studi e progetti.

Tralasceremo logicamente di parlare di progetti e realizzazioni nel campo del rimoderna­mento delle vecchie dreadnoughts ancora in servizio, argomento trattato con abbondanza di particolari nei primi due fascicoli della collana, dedicati rispettivamente alle corazzate classi «Conte di Cavour» e «Duilio», men­tre cercheremo di analizzare a fondo gli studi, i programmi e le realizzazioni nel campo delle nuove costruzioni.

La tendenza che si andò facendo strada in tutte le marine europee, nei primi dieci anni di vacanza  navale,  portava  a preconizzare l'avvento della corazzata di tonnellaggio medio, nettamente inferiore alle 35.000 tonn. previste dal trattato di Washington.

La clausola che permetteva all'Italia di costruire in qualsiasi momento navi da battaglia per un totale di 70.000 tonn., e la necessità di possederne almeno tre, in modo da consentire la rotazione fra queste ed averne sempre due in armamento, orientarono nel 1928 gli studi del Comitato Progetti Navi su un tipo di corazzata con un dislocamento di 23.000 tonnellate, una velocità di circa 28-29 nodi, una corazzatura massima di 320-330 mm. ed un armamento principale di sei cannoni da 381 mm. disposti in tre torri binate. Mentre si studiavano e si miglioravano con continue modifiche i progetti per tale tipo di navi, non venivano tralasciati studi anche per corazzate del tonnellaggio massimo con armamento di sei cannoni da 406 mm., velocità di 29-30 nodi e corazzatura di circa 350 mm.

Nel 1930 la Conferenza di Londra prolungò fino al 1936 la «vacanza navale», ma con­temporaneamente respinse la proposta inglese di ridurre notevolmente il tonnellaggio limite delle corazzate. Questo fece naturalmente cadere, presso i nostri organi competenti, tutti i progetti fino ad allora elaborati.

Frattanto passavano gli anni ed il momento in cui, sia pure nei limiti dei trattati, le Ma­rine mondiali avrebbero affrontato il proble­ma della ricostruzione delle loro flotte da battaglia si andava avvicinando.

Per l'Italia la decisione maturò con un paio d'anni di anticipo: Infatti, nel 1931, 1a Germania  aveva varato  la  corazzata  tascabile Deutschland, e la Francia, diretta antagonista, aveva risposto nel 1932 impostando la prima delle due Dunkerque e Strasbourg da 26.000 tonn. standard e 8 cannoni da 330 mm. La reazione del nostro governo non si fece atten­dere; in applicazione del principio voluto ed ottenuto a Washington della parità con la Francia, e sotto la spinta della politica di prestigio e di forza perseguita da Mussolini, venne decisa la costruzione del primo nucleo di due navi da battaglia del massimo di­slocamento. Furono le prime due corazzate Washington del mondo.

A queste due, impostate nell'ottobre 1934 con i nomi di Littorio e Vittorio Veneto, se ne affiancarono più tardi altre due: Roma e Im­pero, impostate nel 1938, in seguito al deteriorarsi dei rapporti con Francia e Gran Bre­tagna a causa dell'impresa etiopica e della guerra civile spagnola.

Il nucleo delle navi di linea più belle, riuscite e potenti della nostra Marina Militare dalla sua fondazione ad oggi, cominciò quindi a prendere forma sulla carta nel 1932. Il Comitato Progetti Navi venne infatti incaricato di preparare i piani costruttivi di due grandi corazzate  in cui fossero assommate tutte le qualità migliori di una moderna nave da battaglia, sia per quanto riguardava il con­fronto con unità straniere, sia per quanto ri­guardava la tecnica dei materiali e le concezioni costruttive più progredite.

A quarant'anni di distanza possiamo senz'altro affermare che il lavoro fu portato a ter­mine in modo eccellente, anche perché, per una fortunata coincidenza, raggiungeva in quegli anni il grado di Ispettore Generale del Genio Navale l'ingegner Umberto Pugliese, a cui fu appunto affidata la direzione del progetto. Egli aveva trascorso tutta la sua carriera nel continuo perfezionamento degli studi relativi alle nuove costruzioni navali. Negli Arsenali e negli Uffici Tecnici aveva collaborato alla costruzione del nuovo naviglio militare, ap­portandovi un contributo di studi, quasi sempre accolti ed applicati, sulla robustezza delle strutture, sulla stabilità, sui vari elementi relativi alla efficienza di tutti i servizi di bordo. Già fin dal 1912, destinato al Comitato Pro­getti Navi, aveva collaborato alla risoluzione dei più svariati problemi in merito alla progettazione delle navi da battaglia classe «Ca­racciolo»; le quattro grandi unità la cui costruzione, alla fine del primo conflitto mon­diale, venne interrotta e non più proseguita, anche in relazione al successivo trattato di Washington.

Durante lo stesso conflitto, il maggior merito fu l'avere studiato e messo a punto un sistema di difesa subacquea, che concretizzò successivamente, dopo collaudi e prove su modelli a scala crescente, adottandolo nella co­struzione delle due navi cisterna Brennero (1921) e Tarvisio (1928).

Quando si trattò di trasformare le corazzate classe «Conte di Cavour», la Marina decise di dotarle di protezione subacquea. Furono eseguiti due grandi modelli  strutturali per provarne il comportamento di fronte alla cresciuta potenza di scoppio dei siluri. Uno di questi era di tipo simile a quello adottato dal­le Marine americana ed inglese, con controcarene, l'altro era del tipo «Pugliese», che l'autore stesso adeguò alla maggiorata potenza di offesa ed alle necessità di una nave corazzata. E fu appunto quest'ultima struttura, a cilindro decompressore, che fu riconosciuta e dichiarata come la più efficiente, pur pre­sentando sensibile economia di peso.

Fu con questa quasi trentennale esperienza, che il Generale Pugliese, nel 1932, affrontò la risoluzione del gran numero di nuovi pro­blemi che si ponevano, particolarmente ad una Marina come quella italiana, che da circa venti anni non aveva più costruito grandi unità da battaglia.

Ogni parte del progetto delle «Vittorio Veneto», qualità architettoniche, robustezza strutturale, sistemazioni organiche di protezione, di propulsione, di allestimento, etc., è largamente permeata di innovazioni scrupolosamen­te studiate dal progettista e felicemente applicate.

Analizzeremo quelle di maggior rilievo, nelle pagine che seguono, nel corso della dettaglia­ta descrizione tecnica delle quattro superbe unità.

Per il progetto definitivo occorsero circa due anni di studi ed esperienze.

Una volta stipulati i contratti di costruzione con i Cantieri Navali Ansaldo di Genova Se­stri e C.R.D.A. di Monfalcone, il Comitato Progetti Navi, in seguito a deliberazione del 26-30 luglio 1934, dispose che le due ditte, al fine precipuo di determinare una proficua emulazione per raggiungere i migliori risul­tati, effettuassero ulteriori studi allo scopo di perfezionare le linee di carena da adottare. Premesso che non era possibile, date le qualità richieste, rimanere nel dislocamento limite, indicato dal trattato di Washington in 35.000 tonn., il Sottosegretario alla Marina autorizzava una eccedenza, da mantenere segreta, di circa 3.000 tonn. In effetti gli studi vennero condotti su un dislocamento che raggiungeva le 40.000 tonn.

Furono costruiti modelli in scala da provare alla vasca di Roma. Nelle prove comparative dettero migliore risultato le carene studiate dall'Ansaldo, mentre nelle prove con modello rimorchiato ebbe nettamente la meglio il tipo di carena presentato dai C.R.D.A.

Considerato il problema sotto i diversi punti di vista, il Generale Pugliese, forte anche del parere del Generale del Genio Navale Rota, presidente della Vasca Nazionale di Roma, che aveva seguito con particolare cura le prove delle diverse carene, finì per scegliere proprio quella suggerita dalla Ditta C.R.D.A.

La costruzione delle due grandi unità poteva iniziare.



L'avvio fu rapido; nei due cantieri, a Trieste e a Genova Sestri, l'assemblaggio dei materiali era già cominciato e nel corso di cerimo­nie analoghe e in pari data, 28 ottobre 1934, anniversario della marcia su Roma, venne po­sata la prima lamiera di chiglia.

La costruzione dei due scafi procedette di pari passo. Vi furono immancabili piccoli contrattempi, sempre felicemente risolti, e dovuti in genere a problemi connessi con le particolari grandi dimensioni delle due navi. Tra l'altro sia Vittorio Veneto che Littorio presentavano, a causa della corazzatura, un peso non uniforme, e ciò si ripercuoteva sullo scalo. Si dovettero quindi sostenere le due navi con taccate disposte in maniera nuova ed un po' particolare, disposizione che fu causa di un ritardo di oltre mezz'ora nel varo della Littorio. Una di queste taccate, infatti, la prima di prora a dritta, eccessivamente caricata non si riuscì a demolirla che dopo molti tentativi.

Il problema stesso del varo di due unità di quelle dimensioni, si presentava irto di difficoltà. I Cantieri dovettero lavorare alacre­mente e negli ultimi giorni ininterrottamente anche la notte. Logicamente scesero in mare solo gli scafi vuoti e privi dei pannelli di co­razza laterali; ma si trattava pur sempre di due masse metalliche del peso di circa 10.500 tonn.

Mentre già la costruzione era in fase abba­stanza avanzata, le due unità vennero ufficialmente inscritte nei Quadri del Naviglio Militare  con i nomi di Vittorio Veneto e Littorio, in base a Decreto Reale n. 1869 del 10 ottobre 1935, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, dispensa 38.

La prima ad essere varata fu la Vittorio Veneto, che scese in mare il 25 Maggio 1937 alla presenza dei Reali d'Italia; la Littorio la seguì, con analoga fastosa cerimonia, il 22 Agosto dello stesso anno.

Spentosi l'eco degli applausi e dei discorsi ufficiali, le due unità iniziarono, fra l'assordante rumore dei  martelli meccanici e lo sferragliare delle grandi gru semoventi, l'allestimento ormeggiate alle apposite banchine di Trieste e di Sampierdarena. In quest'ultima località, proprio per la Littorio, venne ap­positamente istituito lo Stabilimento Allesti­mento Navi dell'Ansaldo, che rimase poi at­tivo per circa quindici anni.

Durante i quasi tre anni di permanenza delle due corazzate sullo scalo di costruzione si erano verificati nel Mediterraneo avvenimenti politici di grande portata per l'Europa intera. La campagna d'Etiopia e l'inizio del conflitto civile spagnolo avevano finito per rompere l'equilibrio navale in questo mare. Gran parte della flotta inglese era venuta a concentrarsi nei porti di Gibilterra, Alessandria d'Egitto e Malta, mentre i rapporti diplomatici fra Italia, Francia e la stessa Gran Bretagna subivano un deciso deterioramento.

Fu a questo punto che, per fare fronte alle direttive della politica italiana di quegli anni, maturò la decisione di rimodernare anche le vecchie corazzate Doria e Duilio, e di costruire altre due unità da 35.000 tonn. I disegni era­no già pronti; bastò infatti apportare soltanto piccole modifiche al progetto della Vittorio Veneto.

Le due nuove corazzate vennero iscritte nei Quadri del Naviglio Militare con i nomi di Impero e Roma, e impostate, la prima il 14 Maggio 1938 nei Cantieri Ansaldo di Genova Sestri e la seconda il 18 Settembre 1938 pres­so i Cantieri C.R.D.A. di Trieste.

Il 10 Giugno 1940, al momento dell'entrata dell'Italia nel conflitto, le quattro unità della classe avevano già tutte lasciato lo scalo di costruzione; l'ultima, infatti, la Roma era sce­sa in mare proprio il giorno prima.

Littorio e Vittorio Veneto, ormai allestite e già consegnate alla Marina, stavano comple­tando a Taranto la messa a punto delle ap­parecchiature  e  l'addestramento degli  equipaggi. Lo scafo dell'Impero, varato il 30 Novembre 1939, si trovava a Brindisi da due giorni. Vi era stato rimorchiato da Genova per sottrarlo agli eventuali possibili bombardamenti aerei francesi. La Roma doveva an­cora iniziare l'allestimento.

Come procedettero gli eventi bellici è ormai cosa nota. La Roma, nelle tranquille acque del porto di Trieste, lontano dal fragore della guerra, poté essere portata a termine in tem­po utile e consegnata alla Marina in data 14 Giugno 1942. Per la corazzata Impero invece le cose andarono diversamente:  spostata a Brindisi per misura precauzionale, avrebbe dovuto rimanervi poco, e cioè per il tempo ne­cessario allo spostamento dei materiali da co­struzione e delle apparecchiature pronte da Genova a Trieste. Sennonché la necessità di naviglio sottile e da scorta profilatasi fin dai primi giorni di ostilità e la difficoltà nell'approvvigionamento dei materiali necessari, fecero sì che i laminati, i profilati, etc. destinati a questa nave venissero impiegati per le nuove costruzioni. Rimase pertanto a Brindisi, praticamente in abbandono, per tutto il 1941. Nel Gennaio 1942, essendosene deciso il completamento, venne rimorchiata a Trieste; ma ancora una volta le difficoltà causate dal cattivo andamento della guerra, e che pesarono anche, come abbiamo visto nel primo volume, sul riallestimento della Conte di Cavour) non consentirono il completamento di questa bel­la unità. L'8 Settembre 1943, alla proclamazione dell'armistizio, venne abbandonata perché inutilizzabile.


Principali caratteristiche tecniche delle navi da battaglia

classe VITTORIO VENETO al momento della loro entrata in servizio

 

VITTORIO VENETO

Cantieri Navali Riuniti dell'Adriatico, Trieste

Impostata  28-10-1934  - varo  25-7-1937  -  in  serv.  28-4-1940

radiata 1-2-1948

 

LITTORIO poi  (30-7-1943) ITALIA

Cantieri Ansaldo, Sestri Ponente – Genova

Impostata  28-10-1934  -  varo  22-8-1937  -  in  serv.  6-5-1940

radiata 1-6-1948

 

IMPERO

Cantieri Ansaldo, Sestri Ponente - Genova

Impostata 14-5-1938 - varo 15-11-1939 - non completata  

radiata 27-3-1947

 

ROMA

Cantieri Navali Riuniti dell'Adriatico, Trieste

Impostata 18-9-1938 - varo 9-6-1940 - in servizio 14-6-1942

affondata 9-9-1943


 

 

 

Dislocamento

       

Standard - ufficialmente 35.000 tonn.

tipo

Vittorio Veneto

41.167 tonn

 

Littorio

41.377 tonn.

 

Roma

41.650 tonn

c. n.

Vittorio Veneto

43.624 tonn.

 

Littorio

43.835 tonn.

 

Roma

44.050 tonn.

p. c.

Vittorio Veneto

45.752 tonn.

 

Littorio

45.963 tonn.

 

Roma

46.215 tonn.

    

 

Dimensioni

Lunghezza - f.t. m. 237,8  (m. 240,7 Roma)

fra p.p. m. 224,5

Larghezza - f.t. m. 32,9

Immersione - media p. c. m. 10,5

 

Armamento

9 Cannoni da            381/50 mm.

12 Cannoni da            152/55 mm.

12 Cannoni da            90/50 mm. a.a.

4 Cannoni da 120/40 mm. per tiro illuminante

20 mitragliere da 37/54 mm. a.a.

16 mitragliere da 20/65 mm. a.a.  (dal  1942 28 mitragliere da 20/65 mm. su Littorio e Roma - 32 su Vittorio Veneto

3 aerei

 

Protezione

verticale al galleggiamento, massima 350 mm. orizzontale a centro nave (nei punti di mag­giore spessore) massima 207 mm.

torri grosso calibro, massima 380 mm. (nella parte frontale)

basamenti torri grosso calibro 350 mm.

torri medio calibro, massima 280 mm. (nella parte frontale)

basamenti torri medio calibro 150 mm. torrione corazzato, massima 260 mm.

 

Apparato Motore

8 Caldaie tipo Yarrow, a tubi d'acqua subverticali con surriscaldatori

4 Gruppi dì turbine Belluzzo con riduttori

4 eliche tripale

 

Potenza

circa 130.000 HP nella normale andatura a tutta forza

circa 140.000 HP ottenuta alle prove

 

Autonomia

4.580 miglia a 16 nodi

3.920 miglia a 20 nodi

1.770 miglia a 30 nodi

 

Combustibile

dotazione normale di nafta - 3.700 tonn.

dotazione massima di nafta - 4.210 tonn.

 

 

Equipaggio

92 Ufficiali

122 Sottufficiali

12 Borghesi

134 Secondi capi e sergenti

1.506 Comuni

 

 

 

R.N.b. Vittorio Veneto (1943)

 

 

 

 

 

R.N.b. Italia - ex Littorio (1942)

 

 

 

 

R.N.b. Roma (1942)

 


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